20/01/2010

L'ottantasette, un incubo da scacciare

Articolo di Enrico Letta, pubblicato su «Europa» di mercoledì 20 gennaio.

In questi giorni si è riparlato molto dell'ultimo periodo della Prima repubblica. L'occasione è stato il decennale della scomparsa di Craxi. Sono tornati alla memoria, tra polemiche e rievocazioni, tanti eventi.
Ce n'è uno che mi ha folgorato per la sua impressionante carica di significati sovrapponibili all'attuale vicenda politica. Mi riferisco alle elezioni politiche del 1987.
Elezioni che chiusero con un traumatico scioglimento anticipato il periodo dei governi di pentapartito a guida socialista. Legislatura che vide l'ascesa dell'ultimo Pci berlingueriano e poi il calo del Pci post-Berlinguer. Si capì da quelle elezioni fino in fondo il peso dell'anomalia italiana sulla quale poi in parte franò il sistema. In tutti gli altri paesi europei, infatti, nello stesso periodo si confrontavano due ipotesi di governo alternative, una di centrodestra e una di centrosinistra, una in maggioranza e l'altra all'opposizione o viceversa. In Italia, invece, in quelle elezioni il confronto reale fu tra due ipotesi alternative all'interno della stessa maggioranza di governo, l'allora pentapartito. Furono le elezioni di De Mita e Craxi. I due sfidanti all'interno della stessa maggioranza.
L'opposizione di allora, che pure all'inizio di quella legislatura giocava un ruolo rilevante, si trovò sostanzialmente all'angolo. Senza prospettive di essere alternativa di governo a breve.
Bene, credo che se noi del Pd oggi lasciassimo le cose come stanno, le elezioni del 2013, o quando saranno, finirebbero per ripetere uno schema simile. Se cioè rimanessimo allo schema di questo biennio finiremmo per essere un'alternativa di governo sulla cui vittoria ben pochi scommetterebbero.
Potremmo essere forti, radicati, portatori di un buon progetto per il paese. Ma se rimanessimo coi voti delle europee e con la mini coalizione delle ultime amministrative finiremmo per fare da sfondo della scena delle prossime elezioni politiche. Scena della quale si impossesserebbe un altro bipolarismo. Se la partita centrodestra-centrosinistra fosse troppo squilibrata come lo è stata nelle elezioni del 2008 e in quelle del 2009, fatalmente le alternative emergerebbero dentro la stessa maggioranza.
Già se ne vedono i segnali. Il tripolarismo di fatto è già sistema affermato in più di un terzo del paese; Lombardia, Veneto e Sicilia, con attori diversi, vivono una condizione di fatto tripolare. Ed è facile immaginare che, a seconda degli esiti dei bracci di ferro in corso dentro la maggioranza, si andrebbe a delineare un confronto Berlusconi-Fini o, più verosimilmente, uno scontro Pdl-Lega come cuore della prossima competizione elettorale politica. Come nel 1987 tra Craxi e De Mita, con l'opposizione a giocare una partita marginale.
Avere consapevolezza piena di questo rischio è importante per il Pd. Anzi, conoscere bene l'"incubo dell'87" vuol dire essere a metà dell'opera. Vuol dire sapere che non possiamo stare fermi, che non possiamo, per evitarci problemi interni oggi, giocare queste elezioni regionali facendo le scelte più semplici. Costruire una coalizione larga e soprattutto imbastire un asse strategico con l'Udc è un obbligo se non vogliamo finire nell'incubo dell'87. Ed è un obbligo soprattutto per chi crede che un sano bipolarismo (non bipartitismo) faccia bene alla democrazia dell'alternanza. Il bipolarismo attuale è in crisi soprattutto perché uno dei due poli, il nostro, senza cambiamenti coraggiosi, non è sufficientemente equivalente alla forza dell'attuale maggioranza per poter credibilmente batterla alla prossima occasione.
Rafforzarci come partito, ambire a tornare al 30 per cento dei voti non è in contrasto con una determinata ricerca di alleanze più larghe. Entrambe le strategie vanno sviluppate.
Una sola non basta. In questo dissento da un'analisi che spesso ricorre, incentrata sul fatto che il Pd, trovandosi di fronte a due strategie, entrambe legittime, una che guarda al risveglio e al recupero delle tante energie scontente a sinistra e l'altra finalizzata all'accordo coi moderati dell'Udc, debba sceglierne una. Il cuore del problema sta qui. Con i numeri che ci siamo trovati in questo biennio noi non possiamo limitarci a una sola di queste due strategie, dobbiamo perseguirle entrambe. Per essere credibili nel proporre l'alternativa. Perché dal 2005, anno in cui vincemmo in dodici regioni su quattordici che votavano, la nostra coalizione allora vincente ha subito tre colpi. La parte alla nostra sinistra è oggi dimezzata e frammentata rispetto al dieci per cento di voti di allora. Noi siamo al 26 per cento mentre eravamo oltre il 30. E al nostro fianco verso il centro vi erano formazioni politiche, che oggi non ci sono più, che con tutti i loro limiti drenavano comunque 2-3 punti rispetto al centrodestra. E ovviamente il colpo più duro è stato la caduta del governo Prodi e la conseguente sconfitta nelle politiche del 2008.
Dobbiamo quindi recuperare a sinistra e strutturare il rapporto con l'Udc. Esattamente come sta cercando di fare il Pd in Puglia con le primarie - essenziali per riguadagnare il rapporto con la sinistra di governo - e con la candidatura di Francesco Boccia per provare a vincere insieme all'Udc e all'Idv una regione altrimenti già persa. In questo sforzo c'è tutta la consapevolezza dei nostri limiti e di quelli dei nostri interlocutori. Ma c'è anche l'impegno a rendere conto della speranza che tre milioni di italiani hanno riposto nel Pd il 25 ottobre. Non ci hanno chiesto estetismi o nuovi personalismi.
Ci hanno supplicato, credo per l'ultima volta, di costruire un'alternativa che vinca le prossime politiche e questa volta governi per l'intera legislatura. Un'alternativa che ridia speranza agli italiani che combattono quotidianamente per non farsi sopraffare dalla crisi. Per questo obiettivo dobbiamo essere forti, radicati e puliti noi. E dobbiamo avere alleanze vincenti e costruttive. Dobbiamo seguire il presidente Napolitano sulle due grandi riforme economiche di cui il paese ha bisogno, welfare e fisco. Dobbiamo contribuire a rendere le istituzioni italiane più efficienti e moderne.
Dobbiamo vigilare sulla democrazia nel nostro paese e garantire libertà ed eguaglianza secondo i principi costituzionali.
Dobbiamo essere inflessibili nel chiedere la verità su casi come quelli di Stefano Cucchi e non fermarci, finché finisca l'omertà e chi deve pagare paghi. Non per senso di vendetta ma perché il messaggio delle omertà e delle coperture è il messaggio della mafia, non quello della democrazia.
Dobbiamo fare pulizia all'interno delle nostre stesse fila. E prima di criticare la classe dirigente dei nostri possibili alleati dobbiamo rimuovere la trave che c'è in tanti nostri territori.
È l'unico modo per essere poi credibili ed esigenti con tutti. È l'unico modo per allontanare l'"incubo '87", seguire i nostri tre milioni di elettori delle primarie e costruire l'alternativa che vinca, governi e dia speranza all'Italia.
 

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Commenti

1 commenti

Da: valerio
Scritto il: 20/01/10 14:53
Messaggio: una lucidissima analisi e un'ottima memoria storica

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