Alfano premier? Non servirebbe

Intervista rilasciata da Enrico a Tommaso Labate, pubblicata sul Riformista sabato 10 settembre.

Il rappresentante tedesco lascia la Bce contro gli aiuti all’Italia? «Stark non ha tutti i torti, Berlusconi sì». Alfano premier? «Non risolverebbe quasi nulla». Serve, dice Enrico Letta al Riformista, «un governo di emergenza nazionale, guidato da qualcuno che assomigli al Ciampi del ’93 e sostenuto anche dal Pd».

Il vicesegretario del Pd affida a quest’intervista col Riformista i punti salienti dell’agenda dell’opposizione all’alba di un autunno che si annuncia tragico.

Spread in salita, Borse in discesa. La manovra è stata già vanificata?

È esattamente così. E soprattutto, è bene sapere che dopo questa manovra non ce ne sarà un’altra. Mi faccia aggiungere una cosa. Sottoscrivo dalla prima all’ultima riga l’intervento di oggi (ieri, ndr) di Giorgio Napolitano. Il nostro problema non è soltanto il deficit. Il tema della crescita è drammatico.

Intanto la Germania chiede alla Bce di fermare gli aiuti all’Italia. E il suo rappresentante nell’esecutivo della banca centrale europea s’è dimesso.

L’aiuto che ci è stato offerto fino ad adesso dalla Bce è stato un evento unico e irripetibile. E purtroppo devo ammettere che comprendo le ragioni di Stark e quelle dei tedeschi. Soprattutto perché le banche centrali, come Ciampi e Andreatta dimostrarono vent’anni fa separando Bankitalia dal Tesoro, devono essere indipendenti dal potere politico.

Sia sincero, onorevole Letta. Al punto in cui siamo arrivati, basterebbero le dimissioni di Berlusconi per togliere l’Italia dal cul de sac in cui è finita?

Sarei pronto a scommetterci. L’uscita di scena del governo Berlusconi e l’arrivo di un esecutivo di emergenza nazionale valgono almeno cento punti in meno di spread. Guardiamo a quello che è successo in Spagna. Dove l’annuncio dell’uscita di scena di Zapatero, il voto bipartisan sul pareggio di bilancio, l’avvio delle riforme e le elezioni imminenti hanno allontanato Madrid dal baratro. E il quart’ultimo posto tra i Paesi dell’Eurozona ce lo siamo aggiudicati noi.

Niente governo tecnico?

No. In questo momento all’Italia serve un governo politico. Un esecutivo d’emergenza nazionale, guidato da una personalità che assomigli al Ciampi del ’93, capace mettere mano a provvedimenti impopolari che una sola parte non sarebbe in grado di sobbarcarsi.

Il Pd sosterrebbe un governo del genere?

Sì. Ci sono momenti della storia in cui i costi politici vanno ripartiti tra tutti.

Siamo sempre all’evergreen del governo Monti?

Non faccio nomi. Grazie a Giorgio Napolitano il Quirinale è l’istituzione che ha il consenso più alto nel paese. Questa scelta, eventualmente, spetterebbe solo a lui.

Il problema è convincere Berlusconi al passo indietro. Impresa impossibile.

È evidente, ormai, che Berlusconi è molto più concentrato su Lavitola che non sulla Bce o sullo spread. E i risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti. Se il premier non fa un passo indietro, per l’Italia sarà il tracollo. Come ha appena detto la Marcegaglia: si muovano o ne traggano le conseguenze.

Secondo lei, dentro la maggioranza può crearsi un movimento tale da convincere il Cav. a farsi da parte? Dove può arrivare il dibattito aperto da Pisanu?

Mi creda, Pisanu ha avuto il coraggio di dire apertamente quello che i tre quarti dei parlamentari del Pdl pensano e dicono solo in via riservata.

Rimangono i boatos su un’operazione, che partirebbe da settori dalla maggioranza per arrivare all’Udc, per portare Alfano a Palazzo Chigi. Al Pd andrebbe bene come «obiettivo minimo»?

Faccio una premessa: tutti meglio dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Ma un governo guidato da Alfano non servirebbe. Mettiamola così. Con Alfano premier oggi la Germania si sarebbe sentita più sicura? Stark avrebbe evitato di dimettersi? Lo spread sarebbe sceso? Direi di no…

Visto che lei lo conosce bene, Casini potrebbe starci?

Per come lo conosco, Pier non è il tipo che immagina l’uscita dalla crisi grazie a un pasticcio nato dall’attuale maggioranza.

Veniamo al Pd. Lei, che non era in piazza con la Cgil, ha apprezzato la scelta di Bersani di esserci?

Il compito del Pd è quello di fare in modo che le parti sociali siano unite. Com’è successo il 28 giugno, con la firma dell’accordo sulla rappresentatività. Se abbiamo sfilato con la Cgil, vuol dire che siamo pronti a scendere in piazza anche al fianco di Cisl e Uil.

Intanto pagate a caro prezzo il caso Penati.

Ed è un prezzo molto alto, ahinoi. Questa storia ci ha costretto a difenderci e ha restituito ossigeno a quella destra, e mi riferisco anche stampa vicina a Berlusconi, che stava boccheggiando. In ogni caso, il Pd ha fatto l’esatto contrario di quello che va di moda nella maggioranza. Di là gli indagati vengono “promossi”. Di qua, chi è sotto inchiesta fa un passo indietro.

Sta con D’Alema, che gli chiede «gratitudine», o col Renzi che risponde «il Pd non sei tu»?

Lo direi a entrambi. Soprattutto adesso, dobbiamo stare alla larga dalle liti interne. Sono certo che l’intervento che Bersani farà domani (oggi, ndr) a Pesaro porterà la chiarezza e la serenità necessarie.

Secondo lei Renzi, come ha detto D’Alema, è «loffio»?

Non è questo l’aggettivo che userei. Se dovessi prendermela con lui (sorride, ndr) io, che sono pisano, gli direi semplicemente: “Sei un fiorentino”

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