All’Italia serve un nuovo Andreatta

Intervista rilasciata da Enrico a Tonia Mastrobuoni pubblicata su Il Riformista sabato 12 febbraio 2011

Letta, perché commemorare quella lettera del 1981?

Per noi è fondamentale anzitutto rimettere al centro della discussione una figura creativa e geniale come Beniamino Andreatta, ne abbiamo sentito tutti fortemente la mancanza in questi ultimi dieci anni e siamo convinti che l’Italia sarebbe stata molto diversa se ci fosse stato ancora lui. Poi volevamo ricordarlo perché è stato l’evento che ha segnato più profondamente il passaggio verso un’Italia più moderna  e europea: è stata l’anticamera dell’ingresso nell’euro.

Soprattutto, ha sancito l’autonomia della Banca d’itala dal ministero del Tesoro, insomma dal governo.

Esatto, è anche in questo senso che ci ha modernizzati: ha reso la Banca d’Italia un’autorità indipendente. Questa terzietà è diventata una caratteristica fondamentale nei vent’anni successivi: le ha garantito quella forza e quell’autorevolezza  e quella capacità di guidare anche a livello europeo l’Italia. Inoltre la Banca d’Italia è stata notoriamente una fucina straordinaria di civil servant. Oggi vale la pena ricordare che quella di Andreatta non fu affatto una scelta banale, né scontata, fu fatta con grande determinazione da lui e da Ciampi.

Nel senso che sono rare ormai le figure che antepongono gli interessi delle istituzioni ai propri interessi? Non le sembra che si stiano anche estinguendo gli europeisti convinti come quelli che guidavano all’epoca i grandi paesi – Mitterand o Kohl – e le istituzioni?

Certo, ma oggi a mio avviso in Europa c’è anzitutto una drammatica mancanza di leadership dovuta a d alcuni fatti concomitanti. Primo, sono entrati in crisi alcuni paesi fondatori  e che hanno avuto per decenni un ruolo di guida. Si pensi al Belgio, attualmente in piena ansia da sopravvivenza, in piena crisi “ontologica”. Poi c’è l’Olanda che non riesce a uscire dall’impatto  del multiculturalismo che l’ha devastata. Infine, l’Italia, drammaticamente chiusa in se stessa.

E la Commissione europea?

Ecco, arriviamo al secondo problema. Nonostante sopravvivano alcune importanti individualità, penso al Barnier o ad Almunia, dai tempi di Delors la Commissione è precipitata – soprattutto con l’attuale presidente, Barroso – in una dimensione funzionariale priva di qualunque spinta in avanti. Poi c’è il fallimento totale  della politica estera  europea, dell’azione di lady Ashton. Se si mettono insieme questi tre fallimenti è ovvio che tutto resta in mano  a Francia e Germania. Per esclusione.

La Merkel ha presentato però un piano per la competitività che conferma il suo desiderio di trasformare l’Europa  in una “grande Germania” iper-rigorista. Ma non è anche una prova di leadership?

La domanda che porrei alla Merkel è la seguente: le interessano di più i destini dell’Europa o le elezioni nel Baden-Wuerttenberg? Sarkozy, suo alleato naturale, vive oltretutto un momento di crisi interna. Infine, anche l’intesa tra i due sembra saltata, al momento.

Non si salva nessuno

Qualcuno sì. L’istituzione che si è salvata in tutto questo bailamme grazie a un grande leader come Jean-Claude Trichet, è la Banca centrale europea. Saluto in questo senso con sollievo, come uno scampato pericolo, l’uscita di scena di Axel Weber ufficializzata ieri: sarebbe stato un disastro. Proprio perché la Bce ha giocato anche ruolo di supplenza in questi anni, a fronte della crescente carenza di leadership europea. È fondamentale che sia in grado di farlo anche domani e quindi speriamo che la successione sia quella che  ci auguriamo: Mario Draghi. È importante che tutta l’Italia partecipi a questo tentativo.

Ieri Tremonti ha detto che sosterrà la sua candidatura.

Le parole di Tremonti sono significative. Ma il problema è anche la credibilità dell’Italia, non è una questione di poco. La nostra fortuna, in questo senso, è il curriculum si Draghi.

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