Basta con questo Mezzogiorno violentato dai fallimenti politici

Lettera di Enrico pubblicata sul «Corriere del Mezzogiorno» il 25 settembre 2010

La materia è infiammabile. Appena la tocchi, rischia di esploderti tra le mani. È il dibattito sul Sud. Ragionevole o populista, ben argomentata o tagliata con l’accetta, da mesi non c’è posizione sui ritardi del Mezzogiorno che non venga risucchiata in un carnevale dialettico fatto di distinguo, risposte piccate, accuse reciproche di leghismo o meridionalismo piagnone.

Così anche le statistiche e i numeri – perfino quelli che più palesemente dimostrano l’aggravarsi dei divari di sviluppo nel Paese e la diminuzione drastica di competitività e giustizia sociale in alcune tra le maggiori regioni meridionali – diventano oggetto del contendere e perdono credibilità nella percezione pubblica. È vero tutto e il contrario di tutto. L’importante – sembra – è non finire nella lista nera dei colpevoli del disastro. Colpa di Roma, dicono dai territori. Colpa dei territori, dicono a Roma. Colpa di Bruxelles, qualcuno azzarda. Colpa, ci mancherebbe altro, del destino baro e infame.

Il risultato è che, preoccupati di non apparire colpevoli, siamo diventati tutti «responsabili». Nessuno escluso. Perché se da 8 anni esatti il Mezzogiorno si allontana dall’Italia e dall’Europa, la responsabilità è dell’intera classe dirigente: a tutti i livelli istituzionali, in tutti gli schieramenti, dalle Alpi alla Sicilia. Se a Sud di Roma il reddito medio è pari poco più della metà di quello del Nord – la metà, ripeto – il tema è di interesse nazionale, investe la tenuta stessa  del Paese e la sua capacità di garantire ai cittadini un futuro dignitoso. Se interi territori sono sottratti al controllo dello Stato e lasciati all’arroganza e allo strapotere di una criminalità senza vergogna, se un bambino di Brancaccio inizia le scuole con circa un anno e mezzo di ritardo formativo rispetto a un suo coetaneo di Verona, se una donna napoletana muore in strada venduta per un assegno di 5.000 euro, se un’intera generazione di laureati rischia di non avere una sola occasione per realizzare i propri sogni  e decide di andarsene da qui, allora davvero nessuno può più permettersi di mettere la testa sotto la sabbia. Nessuno può dire: è colpa dell’amministrazione che mi ha preceduto, del mio avversario politico, di ch non ha saputo risolvere le cose prima di me. Non lo può dire più, è scaduto il tempo.

Basta alibi. Ce lo siamo detti, con i tanti amici dell’associazione TrecentoSessanta, nell’organizzare la seconda edizione di SudCamp, in questi giorni in corso tra Eboli e Paestum. Basta retorica e basta poesia. La poesia vera è un progetto portato a termine, è la fatica di costruire insieme e con responsabilità il futuro del Paese. La poesia vera è la bellezza del Sud non più violentata dall’incuria, dall’approssimazione, dai fallimenti della politica. La poesia vera è veder realizzate proposte concrete come quelle che, lanceremo su legalità, riqualificazione urbana, infrastrutture, asilo nido, formazione, lavoro. Su questo e non su sterili polemiche di leadership si misurerà il destino del Sud e del Paese.

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