Bce: è l’ora di candidare Draghi

Intervista rilasciata da Enrico a Marco Ferrante, pubblicata su «Il Riformista» di mercoledì 12 maggio.

Con Enrico Letta, vicesegretario del Pd, parliamo di Europa, di quello che seguirà all’accordo dello scorso week-end, e di quello che il Pd sceglierà di fare in Italia.

Partiamo dal lungo Ecofin di domenica dall’approvazione del piano di salvataggio dell’euro. Che conseguenze vanno tratte?

«Innanzitutto che l’Europa soprattutto quella politica – può nascere soltanto dalla crisi. Si è affacciata per la prima volta alla realtà l’ipotesi che l’euro potesse saltare. Se accade che la Spagna – paese in difficoltà ma con fondamentali ancora decisamente buoni – venga all’improvviso considerata a rischio dai mercati finanziari, vuoi dire non che la Spagna è sull’orlo del baratro, ma che si sta mettendo in discussione l’euro. Questo clima ha spaventato tutti e c’è stata una reazione molto forte a cui adesso bisogna dare un seguito politico. La crisi mette in evidenza che dopo aver fatto l’euro non siamo riusciti a fare una economia unica, un fisco unico, un welfare coordinato. L’unica cosa che eravamo riusciti a fare, il mercato unico, come ha spiegato Mario Monti è arretrato con i primi segnali della crisi. Dunque, la conclusione dello scorso week-end ci dice: o facciamo l’Europa federale oppure l’euro crollerà».

Come dovrebbero conciliarsi federalismo europeo e incipiente federalismo italiano?

«Questo è il punto politico che riguarda la Lega. È sempre stata contro l’Europa, adesso è difficile per la Lega dire no all’integrazione europea, perché anche i leghisti hanno capito che l’ombrello europeo è efficace».

La crisi finanziaria allunga i tempi del federalismo italiano?

«Secondo me c’è in giro una certa preoccupazione, il federalismo non è una riforma a costo zero. Il perché è intuitivo: se il Nord dà meno soldi alle regioni del Mezzogiorno, quei soldi vanno trovati da qualche altra parte. Del resto che qualche problema ci sia è dimostrato dal fatto che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è il più prudente di tutti sul federalismo».

Sembra esserci un altro ostacolo a una piena integrazione europea. la Germania. Dopo le titubanze della signora Merkel, che comunque non l’hanno messa al riparo dalla sconfitta in Westafalia Nordreno, ieri ci sono state le dichiarazioni del governatore della Bundesbank Axel Weber, molto poco europeiste.

«Le dichiarazioni di Weber sono gravissime. Solo per quello che ha detto contro la decisione della Bce di comprare titoli di stato e per il suo atteggiamento che è sembrato mettere le esigenze della Bundesbank e della Germania davanti a quelle dell’Unione monetaria, dovremmo trarre una conseguenza politica: la sua inadeguatezza a guidare la Bce dopo Jean-Claude Trichet così come vorrebbe Angela Merkel. Da questo momento va ufficializzata e sostenuta la candidatura di Mario Draghi alla guida della Bce. È interesse del paese, e aggiungo che anche per il governo sarebbe un risultato di grande prestigio».

Qualcuno dice che Draghi è contemporaneamente troppo MedEuropa e di cultura economica troppo americana per Francoforte.

«È l’uomo migliore che c’è in circolazione in questo momento per dare l’idea dell’autonomia della banca centrale, quell’autonomia che secondo Weber sarebbe messa a rischio dalla decisione della banca di acquistare titoli distato; inoltre è la persona giusta per sostenere una linea davvero europeista e non renana come i tedeschi vorrebbero».

Lei parla di federalismo europeo. Quale componente della sovranità dovrebbero cedere gli stati?

«Fisco e welfare. Sul fisco l’Europa dovrebbe fissare i limiti e gli incentivi. Deve introdurre meccanismi che leghino la diminuzione della pressione fiscale alla possibilità di indebitamento degli stati. Uno dei motivi della crisi europea di questi mesi è che di fronte alla crisi finanziaria non c’è stato coordinamento nell’azione di stimolo allo sviluppo che sarebbe stato indispensabile. La legislazione fiscale deve essere per noi quel che è oggi la legislazione ambientale: applicazione delle norme comunitarie. Non c’è niente di male a prendere atto, che siamo un paese che ha bisogno del vincolo esterno».

La crisi dice che c’è bisogno di ridurre la spesa pubblica e procedere a riforme strutturali. È il secondo punto del piano varato dall’Ecofin di domenica. Oggi ne discuterà la Commissione. Il governo si prepara alla finanziaria. Dov’è possibile tagliare le spese?

«Premesso che deve essere il governo a muovere per primo e che noi dobbiamo fare la nostra parte di opposizione responsabile, è evidente che non è pi possibile seguire la strada dei tagli lineari della spesa, sul genere di quelle riduzioni dello 0,5 per cento della spesa per l’acquisto di beni e servizi. Bisogna, invece, fare scelte coraggiose. Il governo proponga e noi dobbiamo impegnarci a non giocare al tanto meglio tanto peggio».

Il Riformista ha pubblicato un appello di scienziati pro-nucleare che chiedono a Bersani di schierare il Pd sulle loro posizioni. Qual è il suo punto di vista?

«Ha risposto bene Bersani. L’approccio del Pd a questo tema così importante non è ideologico».

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