“Brexit”, lo spettro alla fine dell’Europa

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Il Fatto pubblica la sintesi della “Dorothy Rowe Memorial Lecture” tenuta al Magdalen College all’Università di Oxford il 25 novembre.

Gli attacchi terroristici di Parigi scuotono l’Europa. Dopo i primi momenti di commozione e di solidarietà, le emozioni sembrano cedere oggi il passo alla razionalità e come spesso capita in Europa la razionalità è portata a rinchiudere le risposte nei confini nazionali. Mai come adesso bisogna invece capire che la Francia non è stata attaccata in quanto tale, o per il suo passato coloniale o per altre su proprie specificità. È sotto attacco l’Europa, il modo di essere europeo, il modo di concepire l’integrazione proprio di noi europei.
A Parigi, al Bataclan, al Petit Cambodge sono morti giovani di tutti i i credo e di tutte le religioni, di tante nazionalità e di tante lingue. È stato colpito proprio il nostro modo europeo di vivere in modo integrato. E la razionalità non può essere egoista quando in gioco sono i nostri valori fondamentali di tolleranza, libertà, integrazione, solidarietà. (…)
Parigi che si appresta a vivere la decisiva COP 21, la grande conferenza sul clima in cui l’Europa dovrà battersi unitariamente per ottenere risultati importanti in materia ambientale. L’Europa deve dimostrare di esserci e i paesi membri devono dimostrare di pensare in grande e non in piccolo. (…)
Il 2015 termina con un’UE che per la prima volta sperimenta l’aprirsi di due fossati in contemporanea al suo interno.Uno, economico, sull’asse Nord-Sud e l’altro, politico, sull’asse Est-Ovest. Non è certo la prima volta che scopriamo le differenze economiche tra il Nord e il Sud in Europa. Ma certo la crisi ha allargato questo fossato. I dati aggregati tedeschi su investimenti e disoccupazione giovanile presentano un segno più tra il 2007 e oggi, quelli dell’Europa del Sud continuano purtroppo ad essere negativi da allora. E la distanza aumenta sempre di più. Accanto a questo fossato economico che si allarga, assistiamo attoniti ad un nuovo fossato, politico, che si sta creando all’interno dell’Ue, questa volta tra Est e Ovest. Le posizioni di Orban, ma anche quelle assunte recentemente da altri governi dell’Europa centrale e orientale, parlano in materia di rifugiati e diritto d’asilo una lingua diversa dalla nostra. A Orban che parla di nuovi muri dobbiamo ricordare con forza che l’Europa è nata per abbatterli e non per costruirli i muri. E chi vuole alzare muri è incompatibile con l’idea europea. Questi fossati, economici e politici, sono una minaccia per l’Europa. Soprattutto perchè di fronte a questi sfilacciamenti il centro appare debole, sempre più debole. È in questo quadro che Londra apre il negoziato con Bruxelles in vista del referendum britannico sulla permanenza o meno nell’Unione Europea. La prospettiva di un’uscita, di un Brexit come si dice oggi, rappresenta una prospettiva pericolosa per l’Europa. È una prospettiva negativa che deprimerebbe il peso dell’Europa nel mondo, negativa per le prospettive interne all’Ue (Uk svolge ruolo virtuoso per un’Europa più competitiva) e negativa per la stessa Gran Bretagna che potrebbe perdere definitivamente a quel punto la pro europea Scozia. (…)
Di fronte a simili prospettive non è con risultati di dettaglio su un tema o su un altro del negoziato che si potrà evitare il Brexit .
“When in trouble, go big” si dice qui in Inghilterra e mai come in questo caso la soluzione va trovata allargando lo sguardo. Non quindi discutere di dettagli all’interno del quadro, bensì cambiare il quadro. E il quadro, tra l’altro, ha bisogno di essere cambiato non solo per via della spinta britannica.
Il cambio di quadro è necessario perché cosi l’Unione Europea non può andare avanti. Il rifiuto da parte di parti crescenti delle popolazioni europee e gli effetti sociali della crisi dei debiti sovrani rendono evidente il problema, a partire dal fatto che l’Unione Monetaria senza l’Unione Economica e senza una maggiore integrazione politica non può funzionare. Allo stesso tempo la crisi greca ha dimostrato come si sia spezzato il circuito della responsabilità democratica in Europa. Le posizioni di un Parlamento sovrano, eletto democraticamente, come quello greco si sono scontrate con posizioni portate avanti dall’insieme delle istituzioni della Area dell’Euro, posizioni che, tra l’altro, scontano il fatto che il Parlamento Europeo è la voce di tutti e 28 i popoli europei e non quella dei paesi dell’Euro. Manca quindi l’espressione democratica dei popoli che condividono la stessa moneta.E il tema è centrale, non secondario. A tal punto che l’intera costruzione fatica nel rapporto con la propria opinione pubblica come mai era accaduto finora. E come spesso ripete Mario Draghi, non si può chiedere alla Banca Centrale Europea di sostituirsi ai governi. (…)
Solo con l’integrazione Economica e Politica dei 19 paesi che hanno l’Euro si potranno mettere in campo politiche davvero efficaci per la ripresa e l’occupazione. Solo con nuovi strumenti, tutti europei, si potranno affrontare le prossime crisi senza più dover ricorrere al Fondo Monetario Internazionale. Per risolvere il problema del Brexit e allo stesso tempo quello del funzionamento dell’Euro, bisogna quindi muoversi con determinazione verso un’Europa a due cerchi. E bisogna farlo rompendo un tabù; dobbiamo accettare che nell’Ue non vogliamo andare tutti nella stessa direzione. Dobbiamo creare quindi un’Europa che consenta la convivenza tra chi, come la Gran Bretagna, non vuole ulteriore integrazione e chi, come i paesi dell’Euro, deve integrarsi politicamente ed economicamente. Due cerchi non vuol dire due velocità. Le due velocità danno infatti l’idea di tempi diversi per raggiungere la stessa meta. Qui dobbiamo ricostruire il quadro europeo acquisendo che le mete sono diverse. I britannici e coloro che non vogliono maggiore integrazione potranno cosi stare nel cerchio de 28 e condividere e rafforzare le politiche del mercato unico. Dall’altro lato, i paesi che vorranno maggiore integrazione potranno farlo all’interno dell’area dell’Euro. E questo vorrebbe dire innanzitutto far sì che il Meccanismo Europeo di Stabilità diventi lo strumento della solidarietà europea, per aiutare i paesi in difficoltà. Vuol dire che ci vuole un bilancio dell’area dell’Euro in grado di lanciare, ad esempio bond per finanziare l’accoglienza dei rifugiati, come hanno appena proposto i ministri francese Emanuel Macron e tedesco Siegmar Gabriel, o di finanziare progetti per l’Erasmus dell’apprendistato, o costruire uno strumento europeo contro la disoccupazione. (….)
È tempo di agire. Non possiamo guardare l’Europa indebolirsi di crisi in crisi. Il Brexit sarebbe un colpo mortale e l’Europa inizierebbe un declino difficilmente arrestabile. Al contrario da questa crisi l’Europa, con scelte ambiziose, può tornare all’altezza delle aspirazioni dei suoi popoli.

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