Confrontarsi con voi è indispensabile

Editoriale di Enrico Letta pubblicato su Il Manifesto mercoledì 7 marzo 2012

Se gli europei devono unirsi è perché la loro storia, che conta due catastrofi nel secolo scorso, insegna che le “anime belle” cadono sempre in piedi finché la propria casa non gli cade in testa». Qualche settimana fa, qui sul manifesto, Sarantis Thanopulos allo spirito dei popoli europei, e non all’approssimazione dialettica di qualche governante poco avveduto, faceva opportunamente appello per superare insieme, a partire dalla Grecia, la più grave crisi economica e sociale che le nostre generazioni abbiano, mai vissuto.

Una crisi tanto complessa da smantellare certezze e scardinare codici interpretativi. Tanto pesante da implicare un ripensamento obbligato degli schemi venutisi a definire lungo tutto il Novecento.

Proprio la Grecia finisce, significativamente, col condensare in sé il significato più profondo di questo passaggio inedito per la politica e la società contemporanee. A ben vedere, quanto accade ad Atene, infatti, è il frutto della rabbia sociale e, al contempo, di uno svuotamento del senso stesso del voto degli elettori, con gli organi espressione della volontà popolare – il parlamento e il governo – di fatto esautorati da entità sovranazionali non legittimate sotto il profilo democratico.

Restituire voce e dimensione sociale al cittadino ateniese diventa così indispensabile, anche simbolicamente, per riconciliare i popoli con le istituzioni. Per farlo non v’è altra strada che dar vita, finalmente, agli Stati Uniti d’Europa, con istituzioni elette direttamente dai cittadini e per questo in grado di sanare una ferita che, altrimenti, minerebbe il valore e il ruolo stesso della democrazia. Perché è questa, in definitiva, la posta in palio: ripensare forma, sostanza e modalità dell’agire politico nel XXI secolo, contemperando sovranità nazionale e sovranazionale in un nuovo modello di democrazia e sviluppo.

Dinanzi a una sfida di tale portata – configurabile come una vera e propria cesura storica, di quelle dopo le quali «nulla sarà più come prima» – tutti noi rischiamo di trovarci impreparati, tanto sul piano culturale quanto su quello degli strumenti a disposizione della sfera dell’intervento pubblico.

Troppo grandi le incognite di uno scenario europeo e mondiale in straordinaria e imprevedibile accelerazione. Troppo profonde le fratture che rischiano di dividere ulteriormente i popoli europei, tra nuove forme di vulnerabilità e croniche cause di disagio e marginalità.

Da questa angolatura è evidente che nessuno – non certo Schàuble, ma neppure il più illuminato e influente dei capi di governo – può avere da solo la soluzione in tasca. Perché a problemi di tale intensità e proiezione è possibile rispondere solo mobilitando le migliori energie intellettuali e culturali di cui disponiamo. Perché mai come oggi ciascuno di noi ha bisogno di confrontare analisi, interpretazioni, proposte per maturare una visione di futuro che possa ragionevolmente affermarsi come più sostenibile, più duratura, più equa di quella che l’ha preceduta.

Parto da queste considerazioni per esprimere qui, con grande convinzione, il mio sostegno alla campagna contro la chiusura del Manifesto.

Manifesto che non può morire per il patrimonio di idee, fantasia e provocazione intellettuale che esso rappresenta e con il quale talvolta, come è noto, mi trovo in aperto disaccordo. Ma soprattutto non può morire perché la democrazia italiana – tanto più in questa fase di grandi convulsioni e profondissima confusione – ha bisogno di un confronto tra «idee forti» sul futuro del Paese e dell`Europa. Più questo confronto è libero, vivace e svincolato dalle sovrastrutture del «pensiero unico» (di qualsiasi matrice esso sia), più tutti noi abbiamo la possibilità di migliorare.

Se ne avvantaggia la società nel suo complesso, chiaramente. Ma ne trae beneficio soprattutto la politica che solo attraverso lo scambio e la discussione tra posizioni anche opposte ha l’opportunità di mettere in discussione se stessa e i propri convincimenti, correggendosi laddove necessario o integrando le proprie ragioni con quelle degli altri quando ciò è possibile.

Di questo proveremo a parlare oggi con Valentino Parlato e Vauro nel corso dell’evento «Faccio un gesto: manifesto» organizzato dal think-net veDrò.

Rievocando il passato del giornale ma soprattutto discutendo del futuro del manifesto e dell’editoria italiana. Editoria che, a ben vedere, riflette a mio avviso le sorti stesse dell’Italia e dell’Europa in questo snodo così delicato della nostra storia: cambiare per sopravvivere, crescere per uscire da difficoltà mai affrontate con un nuovo progetto di rilancio e ricostruzione.

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