Così Chiamparino aiuta la Lega

Intervista rilasciata da Enrico a Sergio Rizzo, pubblicata su «Il Corriere della Sera» di lunedì 19 aprile.

«Continuiamo così, facciamoci del male». Non lo dice, Enrico Letta, ma lo pensa. Infatti scuote la testa: «Quando commettiamo errori come quello sulle banche…»

Con chi ce l’ha?
«Con Sergio Chiamparino, è evidente».

Dove avrebbe sbagliato?
«Le sue dichiarazioni sui vertici di Banca Intesa denotano un interventismo della politica che giudico un errore molto grave».

Interventismo?
«A gamba tesa».

Che dolore.
«Proprio: è un uomo che stimo. Possibile che non ci si renda conto che in questo modo si dà a Umberto Bossi l’alibi per prendersi le banche, come ha detto pubblicamente di voler fare?»

E sarebbe colpa del sindaco di Torino, secondo il quale Domenico Siniscalco alla presidenza darebbe pi peso ai torinesi nella pi grande banca italiana?
«Si rilegga le sue dichiarazioni alla Repubblica di venerdì scorso. Non sono parole di uno che si limita a osservare le cose».

Si è sentito anche di peggio, sa?
«Per esempio?»

Sulla Bnl Piero Passino disse: «Abbiamo una banca».
«Una vicenda sulla quale il povero Fassino viene ancora oggi ingiustamente crocefisso. Bossi ha espresso concetti molto più hard. Per questo quello di Chiamparino è un errore. In questo modo si rompe un codice che ha retto in quindici anni, secondo me positivamente, il sistema bancario».

Di quale codice parla?
«Alludo al ruolo delle Fondazioni bancarie come diaframma reale fra la politica e le banche. Da una parte le parole di Bossi e dall’altra le dichiarazioni di Chiamparino accreditano l’idea che questi enti siano solo i passacarte dei politici per le nomine».

Ho qualche dubbio sul fatto che le Fondazioni bancarie siano impermeabili alla politica.
«Non nego che siano soggetti molto originali sui quali vada fatta una seria riflessione a proposito di incompatibilità e conflitti d’interessi. Ma finora sono riuscite a evitare che le banche siano sottoposte a uno spoils system ogni volta che cambia l’amministrazione».

Questo non vuol dire che le banche siano a loro volta impermeabili alla politica.
«Che i vertici di una banca quotata in Borsa e con migliaia di piccoli azionisti siano nominati dai sindaco di una città o dal presidente di una regione è semplicemente inaccettabile».

La verità: non dice questo perché a Intesa Sanpaolo, istituto che la destra ha sempre catalogato come non ostile alla sinistra, arriva un uomo ritenuto vicino a Giulio Tremonti?
«Lo dico proprio per evitare che le banche italiane possano essere catalogate di destra o sinistra. Fatto inevitabile nel momento in cui i vertici fossero nominati direttamente da Chiamparino o Luca Zaia. Per quanto riguarda Intesa, il suo impegno diretto nella vicenda Alitalia dimostra l’assenza di condizionamenti politici».

Sarò più esplicito: non le piace Siniscalco?
«Non c’è affatto un giudizio negativo su di lui. Comunque non spetta a me esprimere giudizi: è un problema di metodo. Ritengo profondamente sbagliato che un autorevole membro del Partito democratico offra alla Lega la giustificazione per rivendicare il potere sulle banche. È passato il tempo in cui perfino le assunzioni in banca erano lottizzate, e non credo si debbano avere rimpianti».

Non per questo le banche italiane sono improvvisamente diventate una specie di Eden. Chieda alle imprese…
«Conosco la situazione. So benissimo che le banche devono fare di più, molto di pi sul fronte del sostegno alle imprese. Ma davvero crediamo che una maggiore ingerenza della politica risolverà il problema?».

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