Da Di Pietro operazione bieca e intollerabile contro Napolitano

Articolo di Enrico Letta pubblicato su l’Unità, giovedì 19 luglio 2012

Fa male che un anniversario così doloroso e denso di implicazioni serie e drammatiche come quello di oggi – i 20 anni dalla strage di Palermo, in cui persero la vita Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – venga “sporcato” da una ridda di polemiche a tal punto strumentali. Su via d’Amelio vogliamo, anzi pretendiamo, la verità. È un obbligo di trasparenza assoluta e di ricostruzione rigorosa della memoria storica di questo Paese, al quale non intendiamo in alcun modo sottrarci.
Vogliamo e dobbiamo sottrarci, invece, al gioco politico inscenato attorno alla presunta trattativa Stato-mafia. Un gioco che nulla ha a che vedere con l’accertamento della verità oggettiva dei fatti, delle responsabilità penali e delle connivenze di allora, ma che si lega a doppio filo alla cronaca politica di oggi e alla ricerca, misera, di consenso sulla pelle e sulla sensibilità degli italiani.

Ad orchestrare questo gioco pericoloso si sono distinti prima Maurizio Gasparri e poi Antonio Di Pietro. Quest’ultimo, con una spregiudicatezza inusitata persino per lui e con le armi del populismo affinate dallo studio ossessivo della retorica grillina, si scaglia ormai quotidianamente contro il Colle. Al solo scopo di colpire il Quirinale e di insozzare la sua immagine. Perché? Cosa c’entra Giorgio Napolitano con i fatti di vent’anni fa? Nulla. Lo confermano gli stessi magistrati palermitani che hanno escluso un coinvolgimento del presidente in qualsivoglia azione insabbiatrice connessa alla presunta trattativa.

E allora – ripeto – per quale ragione  Di Pietro accusa il Quirinale di mortificare le istituzioni della Repubblica e di boicottare l’accertamento della verità? Perché arriva a tacciare il Colle di azioni eversive, suscitando peraltro la dissociazione formale di un esponente di primissima fila dell’Idv come Donadi? Come mai si accanisce su una questione tecnico-giuridica – quella dell’intercettabilità o meno del capo dello Stato – che non investe la ricognizione delle responsabilità su via D’Amelio? La risposta è una sola ed è, purtroppo, meschina e gravissima: infamando deliberatamente Napolitano, Di Pietro mira a destabilizzare un quadro politico già di per sé assai frammentato e instabile. Mira a togliersi dall’angolo in cui è piombato. Mira a scuotere l’architrave del sistema che rende possibile la fase di responsabilità nazionale che fa riferimento al governo Monti e, al contempo, ad allontanare il Pd da chi della legalità, della lotta alle mafie, del contrasto alla devianza sistemica dalle regole ha fatto una ragione di impegno civico nobile e coraggiosa. Così agendo, semplicemente, Di Pietro pensa di avere una chance in più per contrastare Grillo sul terreno dell’indignazione anti-sistema, con l’obiettivo di sottrargli, in extremis, segmenti di elettorato.

Ma è una rincorsa verso il nulla e, soprattutto, verso il fondo. Perché sfruttare, per meri interessi partigiani, la morte e la memoria di tanti servitori dello Stato cos’altro è se non il fondo? E mettere Napolitano contro Falcone e Borsellino è operazione bieca, intollerabile, indecente. Che fa male a tutti: a chi ha dato la vita per il Paese e a chi, come il presidente, continua a servirlo con onore, supportato dal sostegno della stragrande maggioranza degli italiani.

 

Il Quirinale, nel richiedere alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla questione del conflitto d’attribuzione, ha con tutta evidenza preso un’iniziativa volta a tutelare la funzione e le prerogative della Presidenza della Repubblica. Un’azione indispensabile per perimetrare, entro i confini stabiliti dalla Costituzione, il rapporto tra poteri dello Stato e a scongiurare il rischio concreto che la vicenda possa tramutarsi in un precedente dalle conseguenze imprevedibili.

 

Per tutte queste ragioni Bersani ha risposto con nettezza alle parole di Di Pietro. Perché questa vicenda – sia chiaro a tutti  – non può essere interpretata come una polemica ordinaria e, quindi, accettabile e legittima nella dialettica tra forze politiche e, in particolare, tra partiti i cui rappresentanti convivono al governo di tante amministrazioni locali e regionali. Questa vicenda costituisce un attacco alla stessa ragion d’essere del Pd, inteso primariamente come partito al servizio dell’interesse generale del Paese. La nostra reazione continuerà ad essere all’altezza della sfida.

 

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