È il fallimento del loro federalismo

Intervista rilasciata da Enrico a Claudio Sardo, pubblicata sul Messaggero, lunedì 23 maggio.

«Non è una proposta seria. È solo una trovata elettoralistica. Che dimostra innanzitutto l’incapacità del centrodestra di cambiare rotta nella loro campagna elettorale, fatta di aggressività, di ossimori, di estremismo». Enrico Letta, vicesegretario del Pd, vede nella polemica sui ministeri al Nord la prova «ulteriore della crisi che si sta aprendo tra il populismo di destra e i moderati». «Non è un caso – aggiunge – che la trovata leghista si sommi alla ridicola ipotesi di una no-tax area milanese e alla dir poco scandalosa offerta di una sanatoria delle multe. La sanatoria è voto di scambio: è una tentazione di fuga nell’il legalità che non può non contrapporre la Moratti al rigore dei liberali e dei moderati».

Lei stesso però da titolare dell’Industria aprì una sede di rappresentanza del ministero a Milano. La dislocazione territoriale degli uffici dell’amministrazione centrale non merita un approfondimento?

«Aprimmo una sede a Milano per favorire un avvicinamento con le rappresentanze del mondo produttivo del Nord. Tutti i lunedì, da ministro, lavoravo da li. Fu un’esperienza positiva, poi però non seguita dai governi di centrodestra. Tuttavia non aveva nulla a che vedere con l’idea di smembrare l’amministrazione centrale, soluzione inefficace e antieconomica. Un conto è spostare un ufficio per ragioni funzionali, altro conto è trasferire un pezzo di burocrazia: farlo aumenterebbe solo i costi».

Portare i ministeri fuori da Roma non è l’esito plausibile del federalismo?

«Il federalismo non ha nulla a che vedere con lo spezzatino ministeriale. Il federalismo si Non appoggiando la Moratti eLettieri il Terzo Polo ha aperto una fase nuova fonda su un diverso rapporto tra Stato centrale, Regioni e autonomie locali. Richiede Regioni e autonomie più forti, ma anche uno Stato forte. In realtà la Lega si avventa sui ministeri di Roma perché il suo federalismo sta fallendo, perché con la Lega al governo Regioni e Comuni sono più poveri».

L’amministrazione dello Stato centrale allora deve restare a Roma?

«L’amministrazione centrale va resa più efficiente e meno costosa, ma la ricetta leghista va in senso esattamente contrario. Ciò non vuole dire che qualcosa non si possa utilmente decentrare. Il centrosinistra al governo insediò a Milano la sede dell’Agenzia per l’energia e il gas e a Napoli la sede dell’Autorità per le Comunicazioni. Forse bisognerebbe anche dire che il bilancio di questa scelta, cioè di tenere le istituzioni lontano da Roma, presenta luci e ombre. Invece fu, a mio giudizio, un’ottima intuizione di Romano Prodi affidare a Milano l’Agenzia per l’innovazione, anche per irrobustire e incoraggiare la preparazione dell’Expo. Pure in questo caso, però, il governo di centrodestra ha impedito il decollo dell’Agenzia».

Onorevole Letta, qual è a suo giudizio la posta politica in palio nei ballottaggi?

«Poteva il centrodestra evitare di caricare fumo a questo punto il voto amministrativo. Ma è stato Berlusconi, non il centrosinistra, a usare toni da ultima spiaggia, candidandosi e drammatizzando il voto. Gli elettori avrebbe potuto bocciare Letizia Moratti anche solo perché giudicavano insufficiente la sua opera di sindaco. Ora invece è il giudizio sul governo nazionale che prevale. E una loro seconda sconfitta ai ballottaggi rischia di abbattersi come un cataclisma sui fragili equilibri di una maggioranza da tempo paralizzata».

Pensa che tra la Lega e Berlusconi possa aprirsi una frattura?

«La Lega non è più quella del ’94. È un partito di potere, che non rinuncerà facilmente al governo. Ma, proprio perché vuole restare al governo con il Pdl e in caso di sconfitta avrà la prova che Berlusconi non è più vincente, proverà a cambiare il premier. Il rischio per Berlusconi è un nuovo 25 luglio. Non so se Tremonti abbia la voglia e il coraggio per prendere il timone. Di sicuro il Cavaliere cercherà di a resistere e questa lotta interna potrebbe avere l’effetto delle sabbie mobili per l’esecutivo nazionale».

Se Berlusconi è in difficoltà, l’alternativa però non è ancora definita. Non teme che le elezioni, incoraggiando da un lato le componenti più radicali e dall’altro l’autonomia del Terzo Polo, impediscano al Pd di perseguire la sua linea di unità tra i moderati e progressisti?

«Al contrario penso che l’alternativa abbia fatto un passo avanti molto importante alle amministrative. E che ora le condizioni di un patto tra i progressisti e i moderati siano più solide: proprio la scelta del Terzo Polo di non sostenere la Moratti e Lettieri al ballottaggio è lo spartiacque di questa stagione politica. Non era affatto scontata. Anzi, confesso di aver temuto opzioni diverse, visto che l’Udc governa con il Pdl la Regione Campania e che c’è ancora un assessore centrista nella giunta uscente della Moratti. Ora tocca al Pd proseguire nella sua azione unitaria».

Non sarà il Pd spinto più a sinistra?

«Il Pd non ha mai rinunciato un solo momento a indicare nell’unità delle forze della ricostruzione la prospettiva necessaria per risollevare l’Italia dalla crisi e aprire una fase di sviluppo. Non ha mai cambiato il suo messaggio, anche dove si sta impegnando, ad esempio a Napoli, a sostegno di un candidato di centrosinistra che non proviene dalle sue file. L’Italia ha bisogno di aprire la strada ad un futuro diverso, come richiesto da Standard & Poor’s e prima ancora dal Fondo monetario e dall’Ocse. Non ha senso nascondere la realtà, come fa Berlusconi. Non bastano i tagli di Tremonti. Bisogna tornare a crescere e questo è possibile solo con le riforme che il centrodestra non può garantire».

All’indomani dei ballottaggi, il governo potrebbe chiedervi di collaborare patriotticamente al decreto che prefigurerà i tagli strutturali per il 2013. Cosa risponderete?

«Se continuano con questi toni nella campagna elettorale, dopo la loro sconfitta, realisticamente la sola risposta patriottica saranno le elezioni politiche anticipate».

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