“È tempo di unire”

  Intervista rilasciata a Marco Damilano per L’Espresso del 5 giugno 2015.

«La narrazione, o come si dice ora, lo storytelling, quando è esasperata, genera tra gli elettori rapida frustrazione e delusione, che alimenta i populismi, il grillismo. È uno stacco dalla realtà. Può servire per fare un salto in avanti, ma poi si torna alla sostanza.

Basta con la storia che tutto è comunicazione, vanno almeno invertiti i pesi, nove la sostanza e uno il racconto, non il contrario». L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta ha seguito il dibattito sul dopo-elezioni regionali a Parigi, dove si prepara a dirigere la scuola d’affari internazionali di Sciences Po. Si appresta a lasciare il Parlamento, ma legge con partecipazione lo scontro nel Pd dopo la sconfitta in Liguria, il successo della Lega e del Movimento 5 Stelle. E il primo stop nella irresistibile ascesa di Matteo Renzi.

«L’errore più grande è il modello del sindaco d’Italia che si sta costruendo con la riforma costituzionale. Io dico: cambiamo strada. Il sistema non funzionerà ed è pericoloso per l’Italia». 

Lei ha detto che la comunicazione di Renzi è come il metadone, droga la realtà. Il voto regionale è un risveglio? «Nell’ultimo anno abbiamo vissuto in una bolla. È stato l’effetto di un risultato assolutamente straordinario, il 40,8 raccolto dal Pd alle elezioni europee del 2014. Il Pd al quaranta per cento e il Movimento 5 Stelle irrilevante: siamo rimasti bloccati su questa lettura superficiale in questi mesi di grande conformismo. Si è ripetuto che il governo di Renzi aveva sgonfiato Grillo. Oggi ci siamo accorti che M5S è presente, per la prima volta in un voto regionale. Un anno fa Beppe Grillo voleva vincere, aveva provato a trasformare il voto europeo in un voto politico per diventare il primo partito superando il Pd e valutò come una sconfitta il 22 per cento. Invece era un risultato importante. Le elezioni regionali hanno confermato che la forza elettorale del movimento di Grillo è un dato strutturale, non episodico. L’altra lezione del voto è che non si può fare tutto da soli. Può esserci un innamoramento per una leadership forte. Nel 1994 dopo due mesi di governo Silvio Berlusconi alle elezioni europee prese il trenta per cento da solo. Ma sono fenomeni temporanei». 

Sta dicendo che l’innamoramento degli italiani per Renzi è già finito? «No. E spero soprattutto che non sia finita la centralità del Pd di Renzi, per il bene del Paese. Ma deve essere usata per cogliere la grande occasione della crescita, non per accrescere il potere. Guardi i prossimi mesi. L’Italia è di fronte a cinque grandi opportunità. Due sono gli eventi che porteranno da noi milioni di persone, l’Expo di Milano e il Giubileo. Di altre due chance dobbiamo ringraziare il presidentedella Bce Mario Draghi: il cambio favorevole tra l’euro e il dollaro, i tassi di interesse al minimo storico. La quinta possibilità ci è data dall’abbassamento del prezzo del petrolio che avvantaggia l’Italia e la Germania. È un combinato disposto di condizioni fortunate, irripetibile. Chi ha governato negli anni passati si è quasi sempre trovato in situazioni opposte. Chi governa l’Italia oggi, invece di pensare a come accumulare ancora più potere, invece di farsi approvare la legge elettorale da solo, deve concentrarsi esclusivamente su cogliere i fattori favorevoli alla ripresa. Ora Renzi deve cambiare passo. È il momento di chiudere con la spigolosità di questi mesi, smettere di dividere, provare a unire». 

Nel dna di Renzi c’è l’opposto: non perdere tempo in mediazioni, decidere. «Anch’io penso che debba venire il momento della decisione. Ma l’Italia è un paese complesso, in cui non si sfugge dalla necessità di unire. La scorciatoia di dare tutto il potere in mano a una sola persona può affascinare in un periodo, ma poi non funziona. Bisogna fare le coalizioni. Giovanni Toti in Liguria è stato bravo a unire il centrodestra. E dopo aver unito bisogna avere la pazienza di lavorare di ago, filo e cacciavite e non con il bulldozer». 

Cos’è, la rivincita del cacciavite? Il renziano Roberto Giachetti ha detto che lei non vede l’ora di vendicarsi da quando Renzi l’ha estromesso da Palazzo Chigi… «Non polemizzo con lui e con altri…». 

La sconfitta in Liguria è una battuta d’arresto nel progetto del partito della Nazione di Renzi, aperto ai moderati? «Non so bene cosa sia successo in Liguria. E non ho mai capito bene cosa fosse l’idea renziana del partito della Nazione. Ma mi ha colpito all’indomani del voto l’insufficienza dell’analisi del risultato. Ripetere, come si è fatto in questi giorni, che il Pd ha vinto ovunque e che in Liguria il Pd ha perso per colpa di Pastorino è una risposta clamorosamente insufficiente, banalizzante. Dare la colpa a qualcun altro delle sconfitte conduce a analisi sbagliate. Io non sono nato imparato, come si dice, e se c’è una lezione che ho appreso dai miei maestri di politica è che l’elettore ha sempre ragione e va ascoltato, mai colpevolizzato».

In “Andare insieme, andare lontano” lei scrive che nei partiti di Renzi, Grillo, Salvini e Berlusconi i dirigenti sono «ridotti a staff, se va bene. Figuranti, se va male». Per questo il Pd fatica a analizzare il voto? «È uno dei motivi, non l’unico. Il Pd, oggi, è un partito iper-personalizzato».

Nel 2014 il Pd aveva preso il 37 per cento in Veneto, oggi è di nuovo al 22. Torna una questione settentrionale per il Pd? «Quello del Veneto è un risultato che non mi ha stupito. Si è molto sottovalutata nelle analisi la sintonia profonda tra il presidente Zaia e la sua terra. Zaia parla poco, non è un personaggio mediatico, ma sa interpretare la sua gente e la sua regione. Quando ero al governo non c’è mai stata tra noi una polemica fuori posto o una scorrettezza. Anche Flavio Tosi l’ha sottovalutato. Non è un volto del salvinismo, è un’altra storia. I veneti hanno votato per lui, non per la Lega». 

Cos’è la Lega di Salvini? Un voto contro l’Europa, come Marine Le Pen in Francia? «Il tema dell’uscita dall’euro è secondario, su tutto predomina la questione dell’immigrazione. È comprensibile che il risultato di Salvini sia stato così forte data la drammaticità di una situazione eccezionale, destinata ad aggravarsi nelle prossime settimane con l’aumento degli sbarchi. L’emergenza è figlia di una cattiva gestione europea del fenomeno. La Commissione Ue e l’Unione non riescono a prendere di petto la questione. Francia e Gran Bretagna, in particolare, non si assumono in pieno le loro responsabilità, eppure sono stati i principali artefici della guerra in Libia da cui è cominciato tutto. Sulla Libia è stato un errore non avere utilizzato la straordinaria competenza di Romano Prodi. Sull’immigrazione, non può essere un tema lasciato ai singoli governanti nazionali che hanno in tasca i sondaggi negativi, va affrontato da un’autorità europea sovranazionale. Altrimenti i partiti populisti che vogliono distruggere l’Europa continueranno ad approfittarne per dimostrare che quell’Europa da cui vogliono andare via non fa abbastanza. In Italia Salvini vince perché racconta ogni giorno di un’invasione di clandestini che non c’è. E perché dall’altra parte si cerca di scantonare rispetto a un tema scomodo, non si mette la faccia. Noi dobbiamo raccontare in positivo quello che stiamo facendo: accogliamo persone in fuga applicando l’articolo 10 della nostra Costituzione che recita, testualmente: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”». 

La Lega si nutre della crisi dell’Europa. Voci storiche dell’europeismo lanciano l’allarme. Prodi parla di pericolo disgregazione per l’Ue. «Condivido l’allarme di Prodi. E anch’io sono molto preoccupato. In tutti i sondaggi nazionali gli euro-scettici o gli anti-europeisti superano gli euro-entusiasti. E c’è il rischio di una doppia uscita, il Brexit e il Grexit, l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e della Grecia dall’euro».

Sono possibilità concrete? «Sono stato due volte in visita in Grecia negli ultimi mesi. Ho incontrato esponenti del mondo politico e economico. Mentre in tutta Europa lo sport del momento è attaccare Tsipras e Varoufakis, in Grecia se si votasse oggi Syriza doppierebbe l’opposizione. Non credo che l’uscita della Grecia dall’euro sia una prospettiva realistica, ma il mio timore è che ci si avviti in una spirale di ultimatum, rilanci, accordi di basso profilo. E io invece penso che, come dicono gli inglesi, when in trouble go big, quando sei in difficoltà pensa in grande. Sull’Europa serve una grande proposta, non infilarsi in una serie di negoziati infiniti che non risolvono nulla. E l’unico progetto possibile è accelerare sull’idea dell’Europa a doppia velocità. Da un lato l’unione dei 28 paesi senza vincoli federali, dall’altro l’unione dei paesi dell’area euro in cui si accentuino i vincoli politici. A questo proposito ho visto il documento del governo italiano in vista del vertice europeo di giugno, è tra i migliori ed è più ambizioso di quello franco-tedesco». 

È il suo primo riconoscimento per Renzi… «Non ho nessuna opinione preconcetta su di lui. Quando fa bene lo appoggio. Ha fatto bene sull’Europa, sulle banche popolari, sulle pensioni». 

Qual è l’errore più grande di Renzi?«Il sistema istituzionale che sta costruendo. Fondato sul modello del sindaco d’Italia. Un doppio errore. Si dà ai cittadini l’illusione che basti affidare tutto a una sola persona per risolvere i problemi del Paese. Non è così: un sistema ben funzionante si fonda su pesi e contrappesi. Cosa sarebbe successo in Italia se nel 2001 o nel 2008 ci fossero stati l’Italicum e il Senato della riforma costituzionale voluta da Renzi? Berlusconi avrebbe governato da solo, senza contrappesi né politici né istituzionali: non sarebbe stato costretto a cercare quei compromessi con gli altri partiti della sua maggioranza che hanno permesso di evitare danni peggiori. Il secondo errore è di prospettiva. Il sindaco d’Italia è un modello costruito a immagine e somiglianza di chi l’ha voluto, pensando a se stesso. Ma non vorrei che, come è avvenuto per altre leggi elettorali, si pensi a una riforma con la sicurezza di esserne i beneficiari e invece poi arrivino altri ad approfittarne. Il Movimento 5 Stelle non scomparirà. Non vorrei che un giorno scoprissimo che sindaco d’Italia, invece di Renzi, è stato eletto Luigi Di Maio».

Preoccupazioni fuori tempo massimo. L’Italicum è stato già approvato, senza il suo voto. Pensa che vada bloccata la riforma costituzionale in arrivo al Senato? «Io dico: bisogna ripensare il percorso costituzionale. Il sistema che stiamo costruendo non funzionerà ed è pericoloso per l’Italia. Il modello sindaco d’Italia va bene per i Comuni, ma in chiave nazionale l’unico paese che ha un sistema simile è la Francia, con l’elezione diretta del presidente, e non funziona più neppure lì. Nel 2002 Jacques Chirac andò al ballottaggio contro Jean Marie Le Pen e nel secondo turno gli elettori di destra e di sinistra si unirono per votare per il presidente uscente. Oggi non sarebbe più così. Chi oggi avesse la tentazione di trasformare le elezioni in un referendum pro o contro se stesso domani rischierebbe di perderlo».

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