E venne il giorno del giudizio. Il governatore spariglia ancora una volta amici e nemici.

Articolo pubblicato su Sicilia Informazioni, mercoledì 25 agosto 2010

Enrico Letta arriva a Palermo. Ci rimarrà due giorni, il 17 e il 18 settembre. Formalmente per partecipare ad alcuni incontri organizzati dalla sua associazione, TrecentoSessanta, per Sud-camp, in questa circostanza Sicilia-camp. Obiettivo di Sud-camp è riflettere sulle questioni meridionali. In particolare Letta parteciperà a un forum insieme a Ivan Lo Bello, ma c’è tanto altro nel programma. Una attenzione particolare verrà data alle vicende politiche siciliane, in rapporto alla costituzione del nuovo governo. È possibile che Letta abbia una missione da compiere.

Ora, intanto, abbiamo una scadenza ed una scelta. Che non è affatto nuova ma ha il pregio di essere stata enunciata come tale, la qualcosa la fa diventare importante e credibile: entro il 25 settembre il governatore varerà  il suo governo tecnico, che non è un male minore, ma un proposito attuabile nella situazione data.
La soluzione ha alcuni vantaggi, soprattutto per Raffaele Lombardo che ha bisogno di uscire dal ginepraio dei veti incrociati e dalla palude di un gioco dell’oca senza fine nel quale si fanno tre passi avanti e poi cinque indietro e così via per l’eternità. Nei giorni scorsi ha appreso delle inquietudini e delle sollecitazioni delle forze sociali, che dopo avergli dato fiducia, ma fino a un certo punto, hanno fatto sapere che la Sicilia langue e che governo il governo pure.

C’è il sospetto, secondo Repubblica, che non tutte le critiche siano il risultato di analisi politiche, come nel caso di Ivan Lo Bello, che non avrebbe gradito le perplessità  del governatore, comunque i ritardi, nell’avvio del rigassificatore di Siracusa, progetto che sta a cuore alla Erg di Garrone, che a sua volta starebbe a cuore allo stesso Lo Bello. Se l’analisi di Repubblica fosse corretta, Lombardo avrebbe fatto bingo con i suoi no al business “orientale”: prima i termovalorizzatori ed ora il rigassificatore che piace alla ministra Prestigiacomo, a Garrone e a Ivan Lo Bello. Che non ci provi gusto a farsi nemici strada facendo?
Governo tecnico, dunque. Vantaggi per Lombardo: il cerino passa agli interlocutori che sono quelli di sempre, con l’eccezione del Pdl, che non ne vuole sapere di tenere in vita un solo giorno in più questo Presidente, il suo governo e – di conseguenza – anche l’Assemblea regionale destinata a seguire le sorti dell’esecutivo.
La proposta ha come destinatari il Mpa, il Pdl Sicilia, i finiani alla vigilia di costituire un gruppo autonomo (inevitabile), l’Udc, il Pd e il gruppo misto federato con l’Api dentro. Forte presenza centrista, ribelli, e opposizione “disponibile” a dare un governo stabile alla Sicilia.
Chi ci sta, entra nel governo, sembra comunicare Lombardo. Sicché i mal di pancia, le diffidenze, i “vorrei ma non posso”, le perplessità e i giochi di sponda dovrebbero essere messi da parte: governo tecnico e coalizione salda da riproporre, magari, agli elettori a fine mandato.
Stando alle valutazioni fin qui fatte, punti di vista, opinioni “spesso contraddittorie” il Pdl Sicilia di Miccichè dovrebbe rispondere picche, il Pd dovrebbe starci, i finiani forse sì e forse no, l’Udc manco a parlarne e i terzisti, il piccolo polo di centro disponibile.
I numeri dovrebbero darci una mano per capire come finirà  a fine settembre. Se non ci sta il Pdl Sicilia di Miccichè non succede niente, anzi il “no” rende più agevole (perché assemblea) il consenso del Pd del segretario Lupo (Lumia ci passerebbe sopra); se non ci sta l’Udc (o una larga parte dell’Udc, la qualcosa appare probabile) non succede niente anche se il dissenso venisse manifestato anche dal Pdl Sicilia di Miccichè (i numeri reggono ugualmente), a patto che l’Api di Rutelli, il gruppo misto, i democratici e il Mpa concordano sul da farsi. Infine, i finiani, che rischiano di diventare determinanti anche in Sicilia: accettando la proposta di Lombardo autonomamente, rimangono dove sono, magari con qualche accorgimento e consolidano la “nicchia” siciliana, anche in assenza dei berlusconiani di Miccichè.
Ogni schieramento politico, tuttavia, deve superare dissensi interni, a cominciare dal Pdl che esprime almeno due linee: una, morbida, quella di Lumia che privilegia la costruzione di un fronte “di fatto” anti berlusconiano senza richiede abiure pregiudiziali (e quindi accoglie il Pdl Sicilia così com’è, senza distinguo preventivi), e l’altra, ufficiale, del segretario regionale Beppe Lupo che pretende un governo anti berlusconiano tout court, quindi senza il Pdl Sicilia berlusconiano.
Nell’Udc c’è un’area minoritaria che fa capo all’entourage messinese, del quale fa parte anche il senatore Mannino, che potrebbe allargarsi, ma non con grandi numeri, in caso di scelta, e l’altra, formale ed ufficiale, largamente maggioritaria che fa capo a Saverio Romano e che trova pienamente concorde l’ex governatore, Totò Cuffaro. Romano precisa che l’Udc intende intraprendere percorsi comuni con il Mpa di Lombardo in campo nazionale, ma al di là dello Stretto non vuole andare: appoggio solo con un governo a termine. Una strategia segnata dalla geografia, quindi. O meglio, dal passato che ancora non passa, per via della rottura fra Lombardo e Cuffaro (e non solo). C’è una corrente di pensiero che dà per scontato un accordo elettorale fra Udc e Pdl alle regionali (ma non alle nazionali, che arrivano prima). Per il partito di Casini, dunque, una strada accidentata e difficile da “comunicare”.
Nello stesso Pdl Sicilia i conti non sono a posto: Dore Misuraca, l’altro ribelle, ha fatto sapere che non ci sono affatto le condizioni per ricompattare il Pdl siciliano e sembra propenso ad entrare nel governo tecnico di Lombardo (dove già la sua componente si trova).
Questo il quadro, assai complicato per via della scadenza, il 25 settembre, che arriva a conclusione degli appuntamenti-chiave per la legislatura del Parlamento nazionale: la mozione di fiducia richiesta da Berlusconi, il collegio dei probiviri per il “processo” a Bocchino, Granata e Briguglio, la tensione fra Lega e Udc con il Pdl che non sa che pesci pigliare (e potrebbe finire con l’essere impallinato dal fuoco amico). C’è infine l’area astensionista, poi denominata di responsabilità istituzionale, al quale guarda il centro politico, quello già rappresentato in Parlamento, e l’altro (Montezemolo) esterno, che coinvolge il Mpa di Lombardo nella prospettiva di un’alleanza elettorale.
Tutto s’intreccia, dunque. Per intanto godiamoci questa partita a scacchi che vede il governatore più avanti con la sua proposte (irrinunciabile?) di un governo tecnico, che assomiglia ad uno scacco al re, a sentire i suoi amici.

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