Enrico Letta: “Smettiamola di dare la colpa al populismo”

Intervista di Marco Damilano a Enrico Letta per l’Espresso del 23 marzo 2017

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I sogni, si sa, muoiono all’alba. E in due albe del 2016 è cambiata la storia: la Brexit e l’elezione di Trump. «Sfide il cui impatto sull’Italia e sull’Europa è associabile al 1989, l’altro anno di svolta vissuto da chi come me è nato nella seconda metà degli anni Sessanta», spiega Enrico Letta, presidente del Consiglio tra il 2013 e il 2014, oggi rettore della Scuola Affari Internazionali dell’Università SciencesPo di Parigi, il più europeista dei politici italiani della sua generazione, allievo di Beniamino Andreatta e amico di Romano Prodi.Letta coltiva in Italia la sua Scuola di Politiche ed è in partenza per un giro di presentazioni in Italia del suo ultimo libro, “Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia”, pubblicato con “Il Mulino”, tradotto in altri paesi, con la libertà di azione di chi è fuori dalla prima linea e può concedersi l’abbattimento di qualche luogo comune ma che segue con passione le cose della politica e del suo partito, il Pd.

Ne parla tra un treno per Strasburgo e uno per Modena. «So di andare controcorrente, ma sa cosa non sopporto più? L’uso strumentale della parola populismo», dice Letta. «È un filo che lega le tre sconfitte del 2016, la Brexit, Trump, il referendum italiano. Tutti a dire: colpa del populismo, invocato come se fosse la peste. Ma è un comodo alibi, le cose non stanno così. Colpa, piuttosto, di partiti adulterati, scatole vuote in cui il fregare gli altri della propria comunità sembra un valore. In Inghilterra la responsabilità della sconfitta è di David Cameron, è stato lui a volere il referendum e a condurre la campagna elettorale con argomenti fin troppo simili a quelli usati dal fronte del Leave. Negli Stati Uniti Hillary Clinton era la candidata dell’establishment, come non capirlo dopo che alle primarie democratiche aveva faticato a conquistare la nomination contro Bernie Sanders? E in Italia vedo che non si sono ancora ben compresi i danni provocati dalla gestione personalizzata della campagna referendaria e dalla fragorosa sconfitta del 4 dicembre. Il messaggio che sta passando è: gli italiani non ci hanno capito, ora via, ripartiamo… Lo si è ascoltato anche una settimana fa, dal palco del Lingotto».

In cammino, recita lo slogan congressuale di Matteo Renzi. «Questa reazione non tiene conto che la sconfitta referendaria non è solo un’occasione mancata, è un ritorno all’indietro di venticinque anni: la proporzionale, l’ingovernabilità. E non si può dire: è andata così, è il destino cinico e baro, sono i populismi che hanno vinto. La colpa è di chi ha proposto la legge elettorale Italicum, il più grande fallimento politico di questa legislatura. Il mio ultimo atto da deputato, prima di dimettermi dalla Camera e cominciare il mio incarico universitario, è stato quello di votare contro questa legge, approvata con forzature incredibili e mi è sembrato paradossale che chi l’aveva voluta a tutti i costi abbia poi festeggiato la sua bocciatura da parte della Corte costituzionale. Ora si sono create le condizioni di una nuova legislatura impantanata, rischiamo lo stesso dramma politico della Spagna, due elezioni in un anno e un governo di minoranza. Il fallimento politico di questa legislatura condizionerà la prossima che si annuncia senza maggioranze stabili. Non basteranno neppure le larghe intese per governare».

Eppure Letta non è pessimista, non sull’Europa, almeno. «I sessant’anni del trattato di Roma non devono essere una celebrazione, devono trasformarsi in un nuovo inizio. La vecchia retorica europeista non è più in grado di confrontarsi con la rabbia dei nostri popoli. Il 2016 è l’anno in cui abbiamo capito che l’Europa deve diventare adulta, non può più essere un’Europa con la forfora ma un’Europa da combattimento. Il 2017 è l’anno che mette alla prova questa consapevolezza. Le elezioni francesi saranno le sliding door della costruzione europea. Se vince Marine Le Pen l’Europa è finita, con Emmanuel Macron è possibile un rilancio. In Germania si candida la cancelliera Angela Merkel, con una linea di cambiamento dell’Europa molto diversa dal passato. E Martin Schulz è una grande eccezione positiva: in genere i politici nazionali vanno a Bruxelles quando sono stati sconfitti in patria, ed è uno dei problemi dell’Europa, lui fa il percorso opposto. Può ripartire la locomotiva europea fondata sull’asse franco-tedesco, su basi nuove. Il compito dell’Italia è renderla inclusiva. In ogni caso, il 2017 è l’anno del lascia o raddoppia. Può essere l’anno del terzo tempo, dopo la Brexit e l’elezione di Trump, o l’inizio di un’alternativa: l’integrazione contro la divisione, la separazione, i muri. Una grande battaglia culturale».

L’Italia con Spagna, Germania e Francia fa parte del gruppo di testa che punta al vertice di Roma a far passare l’Europa a più velocità. È una prospettiva realistica? E quale sarebbero l’esito più deludente? «La conclusione che temo di più è il cedimento al ricatto dei paesi dell’Est. Il caso della Polonia, con il governo di Varsavia che vuole costringere alle dimissioni dalla presidenza del consiglio europeo Donald Tusk, il primo polacco arrivato ai vertici dell’Unione, è l’esempio di dove possa arrivare il nazionalismo più gretto: alla distruzione dell’Europa e all’auto-distruzione della nazione. Io sono da sempre favorevole all’Europa a due velocità, considero un valore la flessibilità istituzionale, tra gli scenari per il futuro ipotizzati dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker mi riconosco in quelli che prevedono più velocità e un’accelerazione nel processo federale per chi vuole partecipare. Esistono diversi gradi di integrazione, è la strada possibile per cambiare. L’altra battaglia è quella per dotare l’Europa di strumenti caldi, in grado di arrivare a tutti i cittadini, non solo quelli cosmopoliti che nel mondo nuovo si muovono a loro agio. Faccio un esempio. Da sempre sono un appassionato sostenitore del progetto Erasmus, ma so anche che coinvolge una parte di quella minoranza di popolazione che frequenta l’università. Riguarda l’élite, deve essere esteso obbligatoriamente a tutti gli studenti della scuola superiore. Un altro esempio: lancio l’idea di un fondo europeo per la ristrutturazione delle aziende, per rilanciare gli impianti in crisi su nuovi percorsi produttivi, sotto la bandiera europea. Si potrebbe chiamarlo progetto Dioniso, il dio che nacque e rinacque».

L’Italia è pronta a questo nuovo cammino di integrazione? La polemica interna riguarda la richiesta di Bruxelles di una nuova manovra economica per fronteggiare deficit e debito pubblico fuori controllo. «Intanto bisogna sapere che l’austerità di marca tedesca in Europa è finita nel 2015. Abbiamo ricevuto un margine di flessibilità una decina di miliardi più altri 33 miliardi dal bonus Draghi: il costo del nostro debito è sceso grazie al quantitative easing promosso dal presidente della Bce, un italiano che ha saputo unire visione e azione, la storia ci dirà se il suo sforzo ha salvato l’Europa. Il problema è come l’Italia ha usato questa flessibilità: in gran parte queste risorse sono state spese a fini elettorali, per vincere il referendum. E ora la legislatura che era cominciata con l’uscita dalla procedura di infrazione europea rischia di concludersi con un ritorno al punto di partenza: con un nuova procedura di infrazione. Ma non è soltanto effetto dei cicli economici: siamo di fronte al fallimento politico di una legislatura».

Cosa pensa delle scissioni a sinistra, della divisione del Pd, con il suo amico Pier Luigi Bersani di cui è stato vice-segretario che lascia il partito? «Le scissioni sono disastrose perché riducono lo spazio anche nel proprio campo. E sono prima di tutto responsabilità di chi ha spinto per provocarle, il segretario del Pd».

A proposito: per chi voterà Letta al congresso del Pd tra Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano? «In questo mese osserverò con attenzione e valuterò se e chi votare. Il tema, oggi, è la ricomposizione del centrosinistra. Voterò per chi lavora per l’unità e per chi ha una visione europea e non usa l’Europa come alibi e come capro espiatorio. Ho ascoltato la relazione di Renzi al Lingotto, contro i tecnocrati europei. Non difendo l’eurocrazia, anzi, ma quando si usano gli argomenti degli anti-europei la gente vota per i modelli originali».

È preoccupato che anche in Italia cresca la voglia di un uomo forte al comando? «Avverto la crescita di questo sentimento nell’opinione pubblica italiana, ma il leader solitario non va da nessuna parte, non conosce il segreto oggi indispensabile per governare: la parola diversità. L’opposto del trumpismo, che è un’identità semplice e chiusa. Mentre oggi abbiamo bisogno di coalizioni estese. Come Internet che non è solo personalizzazione, è una dimensione orizzontale».

Un riconoscimento per il Movimento 5 Stelle è l’ultima sorpresa del Letta da studio e da combattimento: «Non condivido nulla delle politiche, ma nell’uso della rete sono stati molto moderni. E nell’arena politica di domani vincerà chi saprà usare forme di consultazione permanenti on line, con una vera partecipazione dei militanti».

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