Europa, il muro da abbattere in questo 2012

Articolo pubblicato su tamtàm democratico mercoledì 15 febbraio 2012

Per secoli l’Europa è stata generatrice, diretta o indiretta, di “cesure” storiche. Accadimenti singoli o fenomeni protratti nel tempo accomunati da un tratto distintivo: l’irreversibilità del cambiamento. È andata così anche per la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, vale a dire per l’ultima frattura epocale che le nostre generazioni abbiano vissuto in prima persona. Doveva, secondo alcune frettolose interpretazioni, sancire l’archiviazione forzata del progetto politico dell’integrazione europea, giudicato da molti come obsoleto di fronte alla ricomposizione dell’ordine mondiale sotto l’egida esclusiva della superpotenza americana.

Si è tradotta, al contrario, in un’accelerazione senza precedenti dell’unificazione economica e monetaria degli Stati membri della CEE. Maastricht e la nascita stessa dell’euro sono, focalizzate in questa prospettiva, il prodotto di quella cesura: la contromisura, pragmatica e al contempo visionaria, individuata dalle classi dirigenti di allora per rispondere al tramonto dell’assetto bipolare, alla riunificazione della Germania e alla moltiplicazione delle sfere di influenza nel nuovo contesto globale.

Anche la crisi degli ultimi tre anni può a buon diritto essere annoverata tra le fondamentali cesure dell’epoca contemporanea. Una frattura che – unitamente al combinato disposto della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e delle trasformazioni demografiche in corso – ha ormai alterato irrimediabilmente i connotati dello scenario geopolitico e geoeconomico nel quale gli Stati nazionali si collocano. “Niente sarà più come prima” è così diventato l’assioma ripetuto all’unisono da analisti e commentatori di ogni orientamento e disciplina. Meno chiare, e senz’altro meno condivise, sono invece le prospettive che si dischiudono e, soprattutto, le coordinate del nuovo paradigma di sviluppo e di democrazia verso cui tendere per uscire dall’impasse drammatica nella quale ci troviamo.

Quale che sia l’approdo di questo faticoso ma obbligato processo di rielaborazione politico-culturale, un dato è certo: la crisi costituisce, sulla carta, il nuovo “muro” da abbattere. E, nel bene o nel male, il 2012 sarà per l’Europa un altro ’89: con la stessa capacità innovatrice, la stessa carica (potenziale) di distruzione della situazione pregressa, lo stesso margine di azione per recuperare centralità nella comunità internazionale. Il tutto provando a lasciarsi definitivamente alle spalle il decennio post 11 settembre, il rischio marginalizzazione connesso all’emersione dei BRIC’s, lo stallo di un processo decisionale frustrato da troppe battute d’arresto e dalla perenne oscillazione tra pulsioni intergovernative e istanze comunitarie.

Un’alternanza, quest’ultima, che a ben vedere riproduce, attualizzandola, la dicotomia classica tra “egemonia” ed “equilibrio” che da secoli scandisce la storia dell’Europa. È per arginare il caos postbellico, sventare l’ennesimo tentativo egemonico di uno o più Stati sovrani e trovare un interstizio tra le due superpotenze della guerra fredda che i Paesi fondatori diedero vita alla prima Comunità europea.

È per ricondurre il caos a maggiore equilibrio e recuperare un ruolo di preminenza in una comunità globale sempre più multilaterale che l’Unione ha oggi un disperato bisogno di essere qualcosa di più del più grande mercato integrato del mondo, di diventare pienamente e compiutamente una comunità politica legittimata sotto il profilo democratico: di farsi Stati Uniti d’Europa. È una necessità primaria, di pura sopravvivenza, che attiene ai rapporti di forza nei consessi internazionali, ma che soprattutto investe l’idea di Europa, il senso più profondo della storia fin qui percorsa e il concetto di sovranità sovranazionale, oltre le facili approssimazioni sulla postmodernità con cui è stato decodificato negli anni scorsi.

Inquadrata da quest’ angolatura, è evidente che la posta in palio è altissima. Non è – come troppo spesso ci capita di ascoltare nel dibattito pubblico – la tenuta dell’euro, la cui crisi riflette, e non determina, il deficit di credibilità politica dell’UE. E non è neanche – come talvolta corriamo il rischio, noi per primi, di far ritenere – la plausibilità o meno di una teoria economica oppure l’appeal di una specifica ricetta per uscire dalla crisi. In palio ci sono, piuttosto, la nostra identità di cittadini europei e la costruzione del futuro delle prossime generazioni.

C’è un patrimonio condiviso di cultura politica e civiltà del diritto da conservare con cura. Ma c’è anche un modello di società e di benessere, eretto incrementalmente lungo tutto il Novecento, da riformare con coraggio per renderlo forte e giusto abbastanza da reggere l’urto degli stravolgimenti epocali, sociali ed economici, cui è sottoposto. Stravolgimenti che l’Unione europea, così com’è, può semplicemente tamponare, per giunta con le armi spuntate di un’architettura istituzionale inadatta al compito. E non perché a Bruxelles o a Francoforte siedano burocrati incompetenti o eterodiretti da chissà quale struttura ostile, ma perché a mancare è stata finora la volontà politica, condivisa da tutti i principali attori in causa, di voltare definitivamente pagina e, dunque, di prendere atto dell’irreversibilità del cambiamento.

Sta tutta qui la sfida del 2012 per l’Europa: primo, tornare a far coincidere l’interesse nazionale degli Stati membri con l’interesse generale della comunità, come è stato negli snodi cruciali del processo d’integrazione; secondo, richiamare i leader di ciascun Paese a un’assunzione di responsabilità che travalichi il contingente e che soprattutto prescinda dalle appartenenze di parte, come è avvenuto per i grandi padri dell’Unione, progressisti o conservatori, comunque costruttori d’Europa; terzo, arrivare subito e fino in fondo all’unificazione politica, anche a costo di procedere a geometrie variabili.
Dinanzi a questo impegno, e alla necessità di affrontarlo nell’immediato, il nostro Paese si trova oggi in una posizione di protagonismo ritrovato.

Un protagonismo che certamente si spiega con il prestigio europeo del nuovo presidente del Consiglio e con il recupero più complessivo di credibilità dell’Italia all’estero dopo l’uscita di scena di Berlusconi, ma che in larga parte è riconducibile alle radici del nostro europeismo. Le tre dimensioni della sfida richiamata prima infatti – interesse comunitario, leadership europea, legittimazione democratica dell’UE – collimano alla perfezione con le priorità classiche della politica comunitaria di un Paese come il nostro, indispensabile all’Europa e al tempo stesso dipendente dall’Europa, il cui interesse nazionale da decenni si lega indissolubilmente a quello comunitario.

È forte anzitutto di questa radicata e solida tradizione europeista – rispetto alla quale l’isolamento e l’eurotepore degli ultimi anni vanno letti come un’anomalia o tutt’al più come una parentesi – che il premier Monti ha potuto in poche settimane riguadagnare al nostro Paese un ruolo di primissimo piano nell’Europa che cerca di salvare se stessa dalla crisi, peraltro incassando già importanti progressi, come i passi avanti fatti nei negoziati sul nuovo Patto di Bilancio e l’attenuazione della regola del rientro dal debito testimoniano. Ed è sulla base della medesima consapevolezza che noi dobbiamo sostenere oggi con determinazione il programma di rigore e riforme che il governo Monti ha posto in essere. Non perché ce lo chiedono lontani e inflessibili euroburocrati. Ma perché è nostro dovere, etico prima ancora che politico. Ne va dell’interesse nazionale italiano che, oggi più che mai, coincide tutto intero e fino in fondo con quello dell’Unione europea nell’anno più difficile della sua storia.

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