Giovani in panchina? La politica è senza appeal

Articolo di Enrico Letta, pubblicato sul Riformista, mercoledì 12 ottobre

Caro direttore,
ho letto con attenzione il suo fondo di domenica scorsa sui ‘giovani separati dalla politica’. Fuor di retorica, la ringrazio per averci portato ‘dentro’ quell’aula di Ingegneria, riconducendo il ragionamento al cuore stesso del problema generazionale che oggi investe l’Italia. Da un lato, il futuro negato, le speranze frustrate, i talenti mortificati; dall’altro, l’indifferenza dei giovani verso la politica, specchio e al contempo riflesso di una crisi della rappresentanza di cui la legge elettorale non è che la degenerazione più smaccata.
Sono convinto che proprio dietro e dentro quelle storie ci sia la chiave per capire una generazione tradita dalle deficienze di una classe dirigente che sembra non più in grado di tenerle testa. Per argomentare le ragioni di questo ‘tradimento’ ricorro alla distinzione tra ‘politiche’ e ‘politica’. Dinanzi ai dati che fotografano la portata di un’emergenza che coinvolge ormai milioni di ‘giovani in panchina’ – senza prospettive di realizzazione di vita e di lavoro e privi di quelle tutele appannaggio esclusivo degli ipergarantiti – la risposta immediata deve essere affidata alle politiche.
Se queste ultime non ci sono o vengono mal applicate, la nostra credibilità, già profondamente compromessa da una crisi valoriale e di comportamenti forse senza precedenti, viene meno. Più semplicemente, in questo caso e in considerazione dell’emergenza, dall’efficacia delle politiche dipende, a mio avviso, la possibilità di un recupero di appeal della politica. Per questo credo che il primo passo da compiere sia individuare subito un set di proposte selettive volte a liberare un sistema iniquo e bloccato. Le raccomandazioni rivolteci spesso da Mario Draghi, e ribadite con grande autorevolezza a Spineto, si muovono in questa direzione. Voglio allora cogliere qui l’occasione per lanciare un auspicio: chiunque si trovi a guidare il Paese, in un eventuale governo di transizione o dopo le elezioni, si impegni ad approvare, nei famosi primi cento giorni, 5 interventi specificatamente dedicati ai giovani: primo, un contratto di ingresso nel lavoro che renda fiscalmente conveniente assumere under 30. Secondo, il sostegno al venture capital per finanziare le start-up innovative. Terzo, un programma di interazione tra studio e lavoro sul modello di quanto sperimentato in Olanda, dove la disoccupazione giovanile è all’8,7%. Quarto, un programma di Erasmus universale con un fondo misto pubblico-privato. Quinto, interventi di sostegno alle famiglie con figli, specie per gli strumenti di conciliazione tra genitorialità e lavoro.
Evidentemente tutto questo non è sufficiente. Evidentemente tutto questo non basta a colmare quel divario tra partiti e nuove generazioni che riguarda gli obiettivi, i metodi, l’organizzazione stessa del fare politica in Italia. Tuttavia, resto convinto che mai come oggi siano indispensabili segnali forti che indichino la volontà concreta di un cambio di passo. Mai come oggi alle chiacchiere, ai dibattiti, alle mere dichiarazioni di principio sui giovani devono far seguito i fatti. Lo stallo, l’incapacità decisionale, i riti consunti che, anziché facilitare l’assunzione di responsabilità condivise la dilazionano all’infinito, squalificano l’essenza stessa della politica. Politica che, per recuperare il prestigio perduto, non ha che da tornare alla sua ragione fondativa: essere strumento di promozione del bene comune e degli interessi dell’intera comunità. A partire da quanti, fisiologicamente, ne incarnano il futuro e la speranza.

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