Grazie a scelte oculate, l’Italia non rischia. Allora segua Parigi

Articolo di Enrico, pubblicato su «Il Foglio» di mercoledì 3 marzo.

Dopo una fase iniziale di scarso interesse, la questione greca sta finalmente affermandosi per quello che è: un bivio oltre il quale l’Unione europea non sarà più la stessa. Per questo, qualunque decisione verrà assunta nel prossimo futuro sulle forme di salvataggio o di assistenza alla Grecia, essa cambierà il volto dell’Europa e segnerà il destino della moneta unica.
La superficiale disattenzione iniziale è stata, senz’altro, il frutto del colpevole approccio inerziale con il quale sono state gestite l’esplosione della crisi greca e le sue possibili conseguenze sugli altri Paesi con problemi di bilancio.

Dapprincipio ci si è, infatti, accontentati di qualche dichiarazione di prammatica di Bruxelles, illudendosi che ciò bastasse a far sì che il nuovo governo di Papandreou risolvesse autonomamente la questione, senza che gli altri 15 Paesi dell’euro e 26 dell’UE fossero costretti a cimentarsi con una vicenda che tocca il cuore stesso della costruzione europea. Una vicenda che oggi rende non più rinviabili quelle decisioni che negli anni scorsi si è fatto di tutto per scansare o procrastinare.

Siamo tornati, in definitiva, alla domanda che da circa un decennio rimane puntualmente senza risposta: si può condividere la stessa moneta senza avere un’unità politica e un’unità economica? Finora si è tentato di glissare. Adesso non è più possibile.

Rassegnarsi agli eventi o fare un passo decisivo verso l’unione politica ed economica? Delegare altri ad intervenire o introdurre, al livello comunitario, quelle innovazioni strutturali indispensabili per gestire casi come quello greco? Consentire a cuor leggero che sia il Fondo Monetario Internazionale, dalla sua sede nel cuore di Washington, a salvare la Grecia e quindi l’euro, o prendere in mano la situazione e risolvere noi europei, da Bruxelles e da Francoforte, i nostri stessi problemi “interni”?

Questa volta non sembra esserci una terza via. Né ci è consentito sviare il problema o rinviarne la soluzione. Stavolta i classici ?compromessi brussellesi? non servono. Se davvero l’alternativa è secca, non c’è dubbio che la risposta più chiara, tra i leader in carica, l’abbia fornita il presidente francese Sarkozy: l’euro lo devono salvare gli europei. Se così non fosse, sarebbe la fine dell’ambizione europea.

È un intervento che serve per l’oggi, per il caso specifico della Grecia. Ma che vale, anche e soprattutto, per il domani. L’esperienza greca, infatti, difficilmente può essere annoverata come “eccezionale”. Per questo, oltre ai Paesi a rischio contagio che già adottano la moneta unica, l’attenzione deve essere indirizzata, in prospettiva, sui futuri allargamenti della zona euro. Tra i candidati all’ingresso ci sono, infatti, Paesi la cui solidità macroeconomica non è paragonabile a quella degli Stati già membri. Si tratta quindi di creare – oggi per domani – un Fondo Monetario Europeo, come, tra gli altri, hanno recentemente suggerito Giuliano Amato e Daniel Gros. Un’istituzione di pronto intervento e di assistenza strutturale. Da porre in stretta relazione con la Commissione europea e con un rapporto speciale con il Consiglio e con la Banca Centrale. È chiaramente un passo impegnativo che necessita di cambiamenti istituzionali rilevanti. Tuttavia, per avviare il processo in tempi rapidi si potrebbe iniziare utilizzando le forze già in campo e percorrendo strade forse meno ostiche dal punto di vista dei cambiamenti dei Trattati, ma più agevoli sul piano operativo. La Commissione e la Banca Centrale, ad esempio, hanno senza dubbio al proprio interno risorse e competenze per dar vita a una struttura che sia prontamente operativa ed efficace. L’importante è agire subito. Avere ben chiara la posta in gioco, che è altissima. E riconoscere che un intervento in solitaria del Fondo monetario internazionale farebbe declinare, senza possibilità di appello, le prospettive di integrazione comunitaria.

Ci si aspetta che l’Italia segua la Francia. E che lo faccia con la determinazione che ha dimostrato di avere nelle occasioni decisive della storia europea, quando le sue scelte sono state importanti per sé stessa e per l’Europa intera. Oggi, proprio grazie alle scelte avvedute in materia di bilancio pubblico attuate negli ultimi quattro anni, il nostro Paese ha la possibilità di far ascoltare la propria voce in Europa senza timori o soggezioni. Oggi, tra i Pigs, la I sta per Irlanda, non per Italia. È, questa, una conquista importante, ma non eterna, non per sempre. Approfittiamone subito.

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