I giovani separati dalla politica

Articolo di Emanuele Macaluso pubblicato su Il Riformista del 9 ottobre 2011

(Leggi anche la risposta di Enrico Letta su Il Riformista del 12 ottobre 2011 “Giovani in panchina? La politica è senza appeal” con le 5 proposte per il lavoro dei giovani)

«Le difficoltà dei giovani debbono preoccuparci, senza di loro non c’è sviluppo, rischia il futuro del paese». Ieri, tutti i giornali, hanno ripreso queste parole pronunciate da Mario Draghi nel suo intervento svolto all’Abbazia di Spineto, nel corso del seminario organizzato dall’“Intergruppo parlamentare di sussidiarietà”, che fa capo a due autorevoli esponenti della maggioranza e della opposizione, rispettivamente del Pdl e del Pd: Maurizio Lupi ed Enrico Letta. Sottolineo il ruolo dei due parlamentari per il discorso che voglio fare. Le parole di Draghi sembrano una ovvietà per chi guarda come vanno le cose nel nostro paese, ma se hanno avuto l’eco a cui ho accennato significa che il tema è scottante e ognuno avverte di essere corresponsabile del fatto che un’intera generazione è tagliata fuori dal mercato del lavoro, così com’è oggi, in un paese dove le previsioni dicono che nei prossimi anni non ci sarà sviluppo.

Cosa pensano i giovani di questa drammatica realtà e cosa fanno per uscirne? È una domanda a cui è difficile rispondere, e non solo perché sono vecchio. Ieri sono stato all’Università di Tor Vergata di Roma nella facoltà di ingegneria (in Italia una delle più qualificate) dove si laureavano in elettronica undici giovani, tra cui il figlio di mia moglie. Cinque di questi ragazzi hanno ottenuto il 110 e lode, altri dei 110 senza la lode, nessuno meno di 107. Tutti presentavano tesi che avevano attinenza con innovazioni per la produzione di strumenti sofisticati che utilizzano l’elettronica. Quel che mi ha colpito nei giovani che gremivano l’aula era l’interesse per una materia, di cui io non capisco nulla, che segna la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Sono migliaia i ragazzi che operano in questo e in altri campi con impegno, interesse e rigore, e ci sono tanti professori bravi, colti e dediti al loro lavoro.

In quell’aula mi chiedevo: tutti questi giovani cosa pensano della politica? A me sembra che vivano un mondo pieno di interessi e separato dalla politica. Domanda che si pone se vai in altre facoltà. Discorso, da fare se vai in una fabbrica, in un luogo di lavoro.

Anche in quelli dove si lavora in nero per pochi euro e si può anche morire. Mi capita spesso di frequentare aule universitarie dove si svolgono seminari sulla storia politica del Paese e trovo sempre tanti giovani impegnati, curiosi, studiosi di storia e dottrine politiche e colgo, diversamente da altri luoghi, che matura in loro anche un interesse politico ma non di fare politica. Semmai vogliono fare i giornalisti. Io non so se vi capita di osservare i giovani che anche in questi giorni protestano per le condizioni in cui si trova la scuola pubblica: protesta squisitamente politica, di opposizione al governo, ma si ferma lì, non va oltre.

Potrei fare molti altri esempi con altri riferimenti, ma tutti pongono un problema: e la politica? E i partiti che sono o dovrebbero essere le sedi in cui la protesta e la proposta, il desiderio e la volontà di fare prevalere alcuni valori e ideali si traducono in politica e organizzazione del dissenso e del consenso, dove sono? Le parole di Draghi, le argomentazioni di studiosi, dei sindacati, della Confindustria e di tante altre organizzazioni – che ritroviamo anche nelle analisi e nelle denuncie dei vescovi – chi e come li traduce in un conflitto politico che produce discussioni politiche? Queste domande faccio a Maurizio Lupi e a Enrico Letta, organizzatori del seminario cui ho accennato. Ma anche esponenti del partito del presidente del Consiglio (si fa per dire) e del partito più forte (di consensi) dell’opposizione.

Perché tanti giovani, in fabbrica e nelle scuole, in cerca di un lavoro o di studiare e ricercare, non avvertono più di militare in un partito per esprimersi e fare valere desideri e diritti?

D’altro canto se non c’è la sede politica tutto si esaurisce nella protesta o nella rassegnazione. È la politica che dobbiamo cambiare, sono i partiti che debbono diventare partiti, sono le sedi istituzionali, a cominciare dal Parlamento, che debbono essere quel che la Costituzione prescrive.

Questo cambiamento, però, dovrebbe essere in mano ai giovani, non per guerriglie generazionali, ma per modificare i connotati che oggi la politica, e i partiti che debbono esprimerla, hanno. Se c’è un presidente del Consiglio, capo e padrone di un partito, che fa battute su «Forza gnocca», c’è qualcosa di guasto nel profondo a cui rimediare subito. È così o no, on. Lupi?

Lascia il tuo commento