I piani sfasati di politica e finanza

Articolo di Lina Palmerini, pubblicato su «Il Sole 24 Ore» di sabato 8 maggio

«Chi è la politica e chi sono i mercati finanziari?». La domanda preliminare che pone Mario Baldassarri, senatore Pdl ed economista, sembra essere il nocciolo della questione d’incomunicabilità, diffidenza, conflitto perpetuo tra i due mondi che ormai ogni giorno competono sul ring della crisi. Perché sembra proprio che dalle diverse carte d’identità di questi due soggetti nasca il cortocircuito. In primo luogo è la nazionalità – elemento identificativo dopo il nome – che segna lo scarto tra i due mondi. Quello globale e internazionale dei mercati finanziari – ora perfettamente integrati – e invece quello nazionale e delle volte perfino regionale della politica.
Insomma, c’è un soggetto che si muove nel mondo e un altro che si rintana nei propri confini, si chiude e resiste all’integrazione spinto da un’opinione pubblica spaventata. «Come può la politica comunicare, confrontarsi e condizionare il mercato finanziario se gioca nel proprio recinto nazionale? E se addirittura si oppone a un’integrazione europea – come fa la Merkel – o globale che renderebbe la politica più efficace nelle sue battaglie per le regole e la trasparenza dei mercati?». Enrico Letta – vicesegretario del Pd – con i suoi interrogativi, spiega l’oceano che divide la politica ma non più i mercati finanziari «che hanno trovato un lingaggio comune globalizzato mentre addirittura la politica fa passi indietro condannandosi a una debolezza senza speranze».
I luoghi della politica e dei mercati non coincidono e condannano alle ostilità. Anzi, per Mario Baldassarri è soprattutto l’assenza di un luogo il fattore di squilibrio. «È l’economia reale che manca in questo gioco. La finanza produce finte ricchezze sul nulla, crea una spuma senza sostanza perché ha tolto dai suoi riferimenti il tessuto produttivo che è il mattone dell’economia. E la politica ha accettato che saltasse questo parametro. È l’economia reale che deve tornare in gioco ed è su questo terreno che finanza e stati devono dialogare».
E restando sulle assenze, sui luoghi che non ci sono è Bruno Tabacci che scorge altri vuoti, quelli che da sempre la politica vuole riempire ma senza successo. O senza volontà. «Una politica che non sa gestire una moneta unica con politiche economiche e di vigilanza uniche è causa del suo male. I mercati tendono alla speculazione per la loro stessa natura. Sono i governi che devono occuparsi di creare luoghi di regole e sanzioni, nazionali e internazionali. Se non c’è trasparenza non ci può essere altro che il conflitto e la diffidenza. Sono le Authority l’anello mancante, il salto logico tra politica e finanza».
Il tempo è l’aggravante. Perché se i luoghi dividono, i tempi esasperano le divisioni. Lo spiega Gianpiero Cantoni, senatore Pdl e docente di economia internazionale. «Ci sono i tempi reali di un clic sul computer, la velocità della rete, un mondo che vive le 24 ore del mondo mentre dall’altra parte c’è il passo lento della politica. Il consenso dell’opinione pubblica richiede mesi, i mercati scelgono in poche ore». Cantoni vede anche in questo sfalsamento di fusi orari, di orologi e calendario, tutto l’affanno di chi governa. Di chi deve fare i conti con campagne elettorali e urne: ed è questo un effetto domino sul mondo della politica che la finanza non ha. Le elezioni del Nord Reno Westafalia condizionano – in questo frangente – tutti i paesi e i popoli europei, impongono il ticchettio di quelle urne a tutti mentre la speculazione galoppa.
«Davanti a tutto questo si è accettato il più grande paradosso di questa incomunicabilità. Mi spiego: la finanza produce profitti di carta, le agenzie di rating danno giudizi fasulli – come è accaduto con Lehman e non solo –, i valori scritti nei libri delle banche si dimostrano inesistenti e poi i governi che ripianano quei debiti con soldi pubblici dei contribuenti-elettori sotto l’imperativo “too big to fail”. Ma il paradosso è che poi le stesse banche e agenzie di rating diventano giudici dei bilanci dei governi nazionali». Baldassarri descrive l’assurdo creato dall’incomunicabilità e vede una sola via d’uscita. «Il nodo di fondo è che gli stati devono imporre come terreno di confronto l’economia reale. E accelerare sui processi d’integrazione per creare una governance globale fatta da tutte le aree del mondo. Ora Obama sta provando l’affondo usando il caso Goldman Sachs, ma avete visto cosa gli è successo? È spuntata una sua vecchia amante. Verrebbe da dire che tutto il mondo è paese». La globalizzazione si vede anche da questi dettagli.

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