Un governo insieme con Udc, Sel e Di Pietro

Intervista rilasciata da Enrico a Teresa Bartoli, pubblicata su Il Mattino, martedì 31 maggio

Ieri, a metà pomeriggio, Enrico Letta ha scritto su Facebook «oggi è cambiato il calendario. Non è il 30 maggio. È il primo giorno di primavera!». Il vicesegretario del Pd avverte: «Questo voto archivia Berlusconi e Bossi e ci consegna un mandato chiaro: costruire l’alternativa, un governo a tre punte, con il Pd al centro, Vendola e Di Pietro a sinistra, il terzo polo a destra». Perchè il risultato «è una vittoria di Bersani e della sua determinazione a tenere vicini sia la sinistra di governo sia il terzo polo».
Non dica che si aspetta un risultato del genere.
«In queste dimensioni no. Però la percezione che il ballottaggio avesse creato un meccanismo di valanga l’abbiamo avuta tutta girando il paese. E un risultato che ci carica di grande responsabilità».
Prima delle responsabilità, il voto. Il dato più clamoroso è l’elezione di De Magistris con percentuali bulgare: in linea con il rifiuto nazionale di Berlusconi ma anche un sonoro schiaffo al centrosinistra e al Pd napoletano?

«È evidente che è così e che sarebbe assolutamente superficiale leggerlo in altro modo. Ha vinto il candidato che ha interpretato la maggiore discontinuità, e a valanga. Questo aspetto non si può cancellare e il Pd deve capitalizzare questa lezione senza se e senza ma».
A Milano, come a Cagliari, lo schiaffo al Pd è arrivato invece con le primarie: vincete, ma con candidati non vostri. Perché la voglia di cambiamento ha punito anche voi?

«Non sono d’accordo. Tranne che a Napoli, dove è sicuramente così e la lezione deve servire, ha vinto il Pd. Vinciamo 40 ballottaggi, di cui 35 con candidati del Pd e 5 con candidati di altri partiti della coalizione, rispettando, noi come gli altri, il risultato delle primarie. Vince una coalizione larga, che in alcune città, come Macerata ma non solo, è aperta all’Udc. Questa è una vittoria di Bersani e della sua determinazione a tenere vicini sia la sinistra di governo sia il terzo polo. E il voto ci consegna dunque un mandato chiaro».


Quale?

«Costruire un governo tripartito, un attacco a tre punte: con il Pd al centro, Vendola e Di Pietro alla sinistra, il Terzo polo sul lato destro. Il voto ci consegna questo obbligo».
Una alleanza da proporre alle elezioni, per il governo dell’alternativa a Berlusconi, o un governo di transizione, per arrivare al voto con una nuova legge elettorale e poi riproporre il classico centrosinistra?
«È la proposta da costruire per le elezioni. Se oggi Berlusconi facesse un passo indietro e fosse possibile dar vita ad un nuovo governo prima del voto, questo non potrebbe che essere un governo istituzionale, che resti in carica pochi mesi, il tempo necessario a cambiare la legge elettorale e portare il paese al voto. Ma questo risultato ci chiama, ripeto, alla responsabilità di costruire una alleanza larga, a tre punte».
È possibile tenere assieme Sinistra e Terzo polo? Casini ha sempre eretto un muro.
«Penso che anche il Terzo polo debba fare l’analisi di un voto chiarissimo, che obbliga anche loro a scegliere e ad assumersi delle responsabilità. D’altronde, in queste elezioni mezzo passo avanti l’hanno già fatto quando hanno deciso di non votare né la Moratti né Lettieri che in teoria, secondo gli schemi della vecchia politica, avrebbero dovuto essere i candidati a loro più vicini. Ora si tratta di fare il passo finale e decisivo».
Chi dovrebbe guidare questo governo a tre punte?
«Lo decideremo insieme. Noi ovviamente abbiamo il nostro candidato, che è il nostro segretario. Ma questo non è il momento dei nomi. Si tratta di ragionare di cose concrete. D’ora in poi, infatti, non sarà più sufficiente giocare sui fallimenti di Berlusconi e Bossi: questo voto è talmente eclatante, soprattutto al nord, che li spazza via e archivia. Noi abbiamo il dovere, da subito, di costruire l’alternativa».

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