Il Pacifico è la frontiera della crescita

Intervista di Paolo Bricco a Enrico Letta per Il Sole 24 Ore del 14 ottobre 2015

“Nei mesi scorsi sono stato molte molte volte all’Expo. Tu visiti i diversi padiglioni. E intuisci subito chi proietta una luce sul futuro. E chi, invece, racconta il presente o il passato. L’impatto dei padiglioni asiatici è impressionante. Il Vietnam, la Malesia, la Corea, l’Indonesia, la Cina. Ma, anche, il Dubai e il Kazakhstan. Esprimono una idea e suggeriscono una suggestione di futuro. Ti fanno intravvedere che cosa sarà. I padiglioni dei Paesi occidentali, invece, spiegano che cosa è e che cosa è stato”. Enrico Letta, che dirige la Scuola di Affari Internazionali dell’Università SciencesPo a Parigi, è stato da poco nominato presidente dell’Associazione ItaliaAsean.ln questo organismo pubblico-privato, che intende favorire gli scambi economici fra le imprese italiane e l’area di free trade composta da dieci Paesi del Sud Est asiatico, Letta è coadiuvato da due vicepresidenti: l’ambasciatore uscente in Thailandia Michelangelo Pipan e il presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Asia Romeo Orlandi.

Si è inverata l’analisi-profezia di Fernand Braudel, che già trent’anni fa indicava il nuovo cuore della Storia nel Pacifico e non più nell’Atlantico né tanto meno nel Mediterraneo? Sì, è successo esattamente questo. Non a caso, gli Stati Uniti hanno chiuso prima il Tpp, l’accordo di libero scambio con i Paesi del Pacifico, rispetto al Ttip, quello con l’Unione europea. E’ vero che i negoziati per il Tpp sono partiti prima. Ma, certo, quella frontiera della crescita e del libero commercio ha per Washington e l’industria americana un contenuto strategico assai significativo. Il Mediterraneo è segnato da una profonda instabilità. Il Libano, la Siria, l’Egitto, la Libia. Da vent’anni il Mare Nostrum è scosso. Fino al dramma umano dei migranti. E l’instabilità politica genera necessariamente instabilità economica. Dunque, sì, il cuore della Storia si è spostato nel Pacifico, dove lo sviluppo economico è alimentato dal combinato disposto di espansione demografica e nuove tecnologie.

La nuova globalizzazione è contraddistinta da una progressiva maggiore facilità di circolazione per i prodotti. Per la manifattura italiana di medio-alto livello potrebbe dischiudersi un periodo storico felice? La libera Circolazione delle merci è anche figlia della globalizzazione dei marchi e dei consumi. Il desiderio di moda e di agroalimentare italiani è il risultato di questo processo che è insieme economico e antropologico. Da qui, anche la nuova fase di diffusione del free trade. Dovremo fare di tutto per approfittarne. Nel 2015 l’Unione europea ha siglato un accordo di libero scambio con il Vietnam, che è la porta di accesso per i nostri beni, europei ed italiani, nel Sud Est Asiatico. L’Asean è stata costituita diversi anni fa. E il mercato interno all’Asean nascerà effettivamente alla fine di quest’anno. Inoltre, pochi giorni fa è stato siglato il Tpp. Dunque, di fronte ad una simile coincidenza di passaggi, la costituzione quest’anno dell’Associazione Italia Asean appare quanto mai opportuna.

Da presidente della neo-nata Associazione Italia Asean, quali sono le caratteristiche più interessanti di quest’area per le nostre imprese? Prima di tutto, è uno straordinario aggregato di economia reale. Ci sono 600 milioni di persone. In questi dieci Paesi si è formata e si sta consolidando una classe medio-alta che è naturaliter interessata ai nostri prodotti. L’Indonesia è l’economia più consistente, il Vietnam è quella più dinamica. Non partiamo da zero. La presenza italiana ha una sua forma e una sua sostanza appunto in Vietnam e in Indonesia, a Singapore e in Malesia, nelle Filippine e in Thailandia. Sono ancora relativamente vergini realtà come la Birmania e la Cambogia, il Laos e il Brunei.

Che cosa intende quando dice che non partiamo da zero? Di solito il Sud Est asiatico non compare nelle mappe che tracciano le rotte dell’espansione all’estero del capitalismo italiano più internazionalizzato. Anche noi predisponendo l’indagine conoscitiva preliminare al libro bilingue in via di pubblicazione per i tipi del Mulino “Asean for Italy – L’Asean per il Sistema Italia”, siamo rimasti sorpresi per la consistenza del radicamento. In tutto, in questi dieci Paesi vi sono già adesso421 imprese italiane: per citare le regioni di provenienza più frequenti, 135 di esse arrivano dalla Lombardia, 69 dall’Emilia Romagna e 56 dal Lazio. Il 23% opera nella meccanica e nei beni strumentali, il 19% nella chimica e nella farmaceutica, l’11% nell’Ict e il 9% nella logistica e nelle spedizioni. Il sistema casa, il sistema persona e l’agroalimentare non arrivano al 16%. Dunque, ci sono enormi margini di miglioramento in segmenti cruciali del Made in Italy. Un’altra partita tutta da giocare, per le imprese italiane, è rappresentata dalla partecipazione ai processi di infrastrutturazione di Malesia e Vietnam, Thailandia e Indonesia, che adesso sono tutti appannaggio di imprese coreane e giapponesi.

Certo, per mercati così lontani torna al centro della discussione il tema della dimensione di impresa. Certamente. Là bisogna andare con le grandi imprese o con consorzi di piccole e medie imprese che si danno obiettivi di medio termine e li perseguono con convinzione strategica e con gli adeguati mezzi finanziari. Sotto questo aspetto, diventa essenziale la funzione delle policy pubbliche. E devo dire che stanno svolgendo un buon lavoro il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il viceministro dello Sviluppo Economico con delega all’internazionalizzazione Carlo Calenda e il presidente dell’Italian Trade Agency Riccardo Monti. E’ fondamentale muoversi su tutti i piani. E sarà importante il viaggio, a novembre, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei Paesi dell’Asean. In quella occasione, io incontrerò a Giacarta il segretario generale dell’Asean, il vietnamita Le Luong Minh.

Oltre agli aspetti istituzionali, quale parte curerete di più come Associazione Italia Asean? Senz’altro la conoscenza reciproca. Per questa ragione, ogni anno, organizzeremo un incontro in una nazione dell’Asean portandovi imprenditori italiani e un incontro in Italia portandovi imprenditori del Sud Est asiatico. Il livello di conoscenza reciproco è ancora troppo basso. Nonostante il mondo vada alla velocità della luce e si sviluppi soprattutto in quella direzione, il Sud Est asiatico è ancora poco noto agli industriali e ai manager italiani. E, questo, nonostante il proprietario dell’Inter Erick Thohir sia indonesiano e quello prossimo venturo del Milan Bee Taechaubol sia thailandese. Il mondo è là. E noi dobbiamo esserci.

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