Il PD non appoggerebbe mai un governo Maroni

Intervista rilasciata da Enrico a Carlo Bertini, pubblicata sulla Stampa, lunedì 20 giugno.

“Questa è la fotografia del crepuscolo di un leader che, dopo aver contribuito a far cadere la Prima Repubblica, ora ricorda l’Andreotti del tirare a campare. Anzi questo finale doroteo di un leader che ricorre al catenaccio lo fa assomigliare più a Forlani e a Trapattoni”: per il vicesegretario del Pd Enrico Letta, “questa giornata è finita nel peggiore dei modi per gli italiani e questo governo o fa subito la manovra oppure se ne vada”.

Quindi le minacce del Senatùr non sono l’antipasto di una crisi.

«Da questa pagina triste emerge la completa inadeguatezza di Bossi a guidare un movimento come la Lega. Ha contribuito ad alimentare questo clima infame gonfiando le illusioni che si possano ridurre le tasse, con l’Italia sotto tiro delle istituzioni internazionali. Il secondo messaggio è: stiamo con Berlusconi ma anche lui è alla fine e quindi galleggiamo; terzo, l’avvertimento a Tremonti, basta sacrifici, certifica che l’asse si è incrinato».

Il quarto messaggio sono gli striscioni su Maroni premier. Voi lo appoggereste un governo a guida leghista?

«No, assolutamente. E comunque da Pontida arriva la conferma che non ci sarà un governo Maroni, ma il tentativo di andare avanti ancora un po’. Penso che ormai bisogna andare al voto, non mi pare ci siano alternative sotto mano. Ma la cosa pesante è che questo governo ha negoziato 40 miliardi di manovra con Bruxelles e quindi o la fa o si dimette. E invece Bossi sostiene l’opposto, mentre ieri il presidente dell’Eurogruppo ha detto che dopo la Grecia c’è l’Italia. E lo ricordo perché qui è passata l’idea che noi siamo quelli usciti meglio dalla crisi…».

Non è che sta lanciando un segnale anche alla sinistra che non gradisce fare manovre lacrime e sangue?

«Lo dico con nettezza anche rispetto al centrosinistra: non c’è da scherzare. Interessi di bottega e giochi tattici non hanno diritto di cittadinanza: la priorità è voltare pagina. Ci toccherà fare di nuovo la “protezione civile” come nel ’96 e nel 2006? Ci accolleremo questa responsabilità, ma andare avanti sulla linea di Bossi ci avvicina ad Atene e non alla Baviera».

La battuta su Bersani e lo spadone di Giussano non aiuta il dialogo con la Lega. Dopo Pontida è tramontato il progetto di cambiare insieme la legge elettorale?

«Noi sfidiamo la Lega e parliamo al suo popolo, che a Gallarate ha votato per noi. Parliamo a quella base e a quelle piccole imprese prese in giro per anni. Non è tattica e ciò che manca nell’analisi di Bossi è un dato semplice: dopo tre anni di governo con Berlusconi, il Carroccio si trova nella condizione in cui il primo capoluogo di regione che il centrodestra amministra, partendo dalla Svizzera in giù, è Roma. E questo vuol dire che oggi gli interessano più i ministeri che i Comuni. Per il resto, ho sempre creduto poco che si riesca a cambiare la legge elettorale in questo Parlamento, ma se c’è la volontà di provarci noi siamo sempre lì con le nostre proposte».

Un’ultima cosa: lei per mesi ha sostenuto che il Pd doveva mollare Di Pietro e ora dopo la tripletta alle urne teorizza l’attacco a tre punte. Come mai?

«La novità principale è che tutto l’elettorato ci chiede unità. Poi l’Idv, che prima puntava a sostituirci, ora gioca un ruolo da alleato e può stare in squadra come fece Di Pietro con Prodi nel 2008, quando fece la sua parte senza provocare mai crisi. E comunque, dopo tutto quello che ha detto Bossi, si avvicina ancor di più la possibilità di un’alleanza col Terzo Polo».

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