Il Pd non ripeta oggi l’errore della gioiosa macchina da guerra

Intervista rilasciata da Enrico Letta a Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità martedì 21 febbraio 2012

Avanti tutta con fiducia nel governo Monti e nel Presidente della Repubblica. Non solo, ma per Enrico Letta questo governo, più che di destra o di sinistra, è una grande opportunità per il Pd. Al contrario delle polemiche «sterili» che in queste ore tormentano il suo partito. Il vicesegretario prova a spostare lo sguardo avanti e richiama l’attenzione sulla vera rivoluzione in atto nell’elettorato: l’unico partito in vera ascesa, «come dimostra il sondaggio pubblicato da l’Unità» è quello degli astensionisti.

Letta, dopo Monti c’è Monti? È questo lo scenario?

Sorride. «Dopo Monti nulla sarà come prima».

La pensa come Casini. E quindi se nulla sarà come prima come sarà?
«La penso come Napolitano che invita al coraggio del cambiamento rispetto a questa fase. Il dopo-Monti sarà la conseguenza di quello che accadrà nei prossimi dodici mesi perché siamo nella stessa situazione del ‘93 quando finì la Seconda Repubblica: non a caso c’era un governo tecnico allora e c’è un governo tecnico oggi».

Solo che ora c’è chi è tentato di virare tutti i partiti al centro. Così non c’è il rischio che non si capisce più quale sia la differenza tra i due Poli?
«Questo è impossibile, le differenze tra Pd e Pdl sono nel dna, oltre che nel programma politico».

Quindi lei esclude la grande coalizione dopo i tecnici?
«Ci sarà una competizione virtuosa tra due ipotesi costruite attorno a noi e al Pdl, questa è la cosa ideale per l’Italia, un Paese che sistema le regole, cambia la legge elettorale e entra nella Terza Repubblica».

In un sondaggio effettuato da Carlo Buttaroni emerge un costante distacco degli elettori dai partiti. Non
è questa la vera sfida che dovete vincere prima del 2013?
«Il vero cambiamento che sta avvenendo è proprio questo. Dal sondaggio che avete pubblicato emerge che tutti i partiti sono “ritarati” dal dato sull’astensionismo, ormai oltre il 45%. Vuol dire che c’è bisogno di una nuova capacità attrattiva e non possiamo pensare che i dati che danno oggi il Pd in vantaggio saranno gli stessi del 2013. Il rischio è di ripetere l’errore di Occhetto e la sua gioiosa macchina da guerra».

Sta avvertendo il guidatore?
«Sto avvertendo tutti noi perché penso che questo sia il rischio maggiore che abbiamo di fronte».

Non sarà che questa disaffezione dipende dall’incapacità dei partiti di prendere decisioni nette sui temi che più interessano gli elettori? Penso alla riforma del lavoro, all’articolo 18.
«La nostra forza non dipende dalla standardizzazione e dal fatto che dobbiamo pensarla tutti allo stesso modo. È un errore e non condivido la logica delle scomuniche perché c’è una linea certificata in un Concilio vaticano e chi dissente viene scomunicato. Non funziona così».

Ce l’ha con Fassina e Veltroni?
«Andare avanti a scomuniche e bolle papali distrugge tutto il buono che abbiamo costruito in questi anni».

Però al netto delle discussioni interne alla fine dovrete pur trovare una posizione ufficiale come partito.
«È ovvio, tanto che abbiamo più volte dimostrato, durante questi primi mesi di governo Monti, di avere una nostra posizione e di essere riusciti a determinare l’azione dell’esecutivo, come è accaduto sui capitali scudati e sulle liberalizzazioni».

E sull’articolo 18?
«Sull’articolo 18 la penso come Pier Luigi Bersani. C’è un negoziato in corso, c’è un governo tecnico e il Pd è in seconda battuta. Noi dobbiamo avere una posizione fluida, dobbiamo dire che se le parti sociali trovano l’intesa quella sarà la soluzione che appoggeremo, anche se è diversa da quella che avremmo fatto noi. Non siamo noi parti attive di questo negoziato: c’è un governo tecnico. Il Pd deve spingere affinché ci sia l’accordo, ma per noi l’articolo 18 è l’ultima delle questioni rispetto all’attrattività del nostro Paese, agli ammortizzatori sociali, alla riforma del costo del lavoro. Non penso proprio che ci divideremo su questo».

Ma anche sugli ammortizzatori sociali il Pd non è sulle stesse posizioni del ministro Fornero. Come vi comporterete in Parlamento se non dovessero cambiare le cose?
«Anche in questo caso io mi fiderei di  quello che le parti sociali faranno al tavolo negoziale. Rispetto a quando noi affrontammo questi problemi all’Assemblea di Busto Arsizio è cambiato tutto. Non avremmo mai immaginato di venirci a trovare nella situazione in cui siamo e cioè non da protagonisti diretti. Il Pd può aiutare il negoziato, ma deve restare unito, soltanto in questo modo sarà forte, pur mantenendo intatta la sua “tavolozza di colori” con molte sfumature. Ripeto: il partito non può essere gestito come il Concilio di Trento».

Ma se Monti dovesse andare avanti, come ha annunciato, anche senza l’accordo con le parti sociali?
«Lo vedremo in quel momento, ma sono assolutamente ottimista sul fatto che il governo alla fine farà la scelta giusta. È stato così fino ad ora, ha fatto scelte che condivido, in sintonia con il nostro partito e penso che dovremmo essere più generosi con il governo Monti. Invece vedo che c’è una certa tentazione nel nostro partito, che per fortuna Bersani sta arginando benissimo, di prendere le distanze dicendo che è un governo di destra. Non ripetiamo il grande errore che fece il Pds non partecipando al governo Ciampi. Questo è un esecutivo che sta toccando tabù che neanche nelle nostre migliori intenzioni avremmo immaginato di poter scalfire e penso alla ristrutturazione del modello di Difesa, le liberalizzazioni… Spero che si riesca a spingere questo governo verso scelte sempre più sintoniche con noi e non vorrei che prevalesse la linea di chi lo vorrebbe vedere spostarsi a destra».

Anche lei come Veltroni invita a non “regalare” Monti alla destra?
«Dico che c’è una difensiva in corso da parte di Berlusconi che, una volta persa la Lega e la sua centralità, punta a lucrare dal governo Monti. Ma non dimentichiamoci che i sacrifici imposti da questo governo sono anche conseguenza delle politiche della destra. Bersani ha guidato con grande coraggio e determinazione questa fase politica e i sondaggi ci dimostrano che gli italiani hanno capito».

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