Il premier in balia dei sondaggi e di Tremonti.

Intervista rilasciata da Enrico a Giovanni Tomasin, pubblicata su Il Piccolo Trieste giovedì 5 maggio.

TRIESTE «Una pagina nera per l’Italia». Questo il commento del vicesegretario del Partito democratico Enrico Letta, oggi a Trieste per portare il suo sostegno al candidato sindaco Roberto Cosolini, sulla mozione Lega-Pdl sulla Libia approvata dalla camera.

Letta, la mozione di Bossi e Berlusconi è passata. Come ne esce la politica estera italiana?

È una pagina nera per la politica estera del Paese. Abbiamo dimostrato di essere la solita Italietta che non sa assumersi le sue responsabilità. E che il nostro governo decide la sua politica estera in base ai sondaggi. Non è un bello spettacolo.

Da sinistra il Pd è stato criticato per non aver portato la crisi fra Lega e Pdl sulla Libia al punto di rottura. Cosa risponde?

Che abbiamo fatto la nostra parte, mettendo in luce la spaccatura all’interno del governo. Ma non potevamo mettere a repentaglio la coerenza del Paese rispetto agli impegni presi in sede internazionale. In fondo, ne andava della linea stessa del nostro partito.

Ovvero?

Sulla Libia il Pd è in linea con la posizione del Presidente Napolitano: l’Italia non può trasgredire le direttive dell’Onu e gli accordi presi con la Nato. Ciò detto, pensiamo che sia fondamentale mettere in campo un grande sforzo diplomatico per porre fine il prima possibile agli scontri militari.

Secondo alcuni Giulio Tremonti è l’eminenza grigia dietro agli ultimi contrasti fra Lega e Pdl. Lei lo conosce bene, quanto c’è di vero?

Non penso che Tremonti sia stato un protagonista in questo preciso frangente. Ma di certo il suo ruolo è sempre più decisivo: il ministro dell’Economia ha realizzato un Def e un Pnr, approvati dal
governo e dal parlamento, che stabiliscono che un governo con soli 5 voti di scarto non può applicarli. Traduco: le scelte economiche imposte da Tremonti non possono essere approvate se non con un consenso molto ampio. È chiaro che in questo momento simili condizioni possono essere decisive per il governo.

Passiamo al Friuli Venezia Giulia. Voglio premettere che la notizia della scomparsa di Corrado Belci mi ha molto addolorato. Assieme a Sergio Coloni era uno dei miei due punti di riferimento a Trieste. Persone di un’altra statura. Quanto contano le elezioni nella nostra Regione per il Pd?

Molto. Il Friuli Venezia Giulia è una cartina di tornasole della politica nazionale. Quando abbiamo saputo governare in Fvg abbiamo governato il paese. Quando abbiamo perso la Regione abbiamo perso anche l’Italia. Ora spero che la Quaresima sia finita, a Trieste come in provincia di
Gorizia, a Monfalcone e nelle altre città della regione.

Qual è il suo pronostico su Trieste?

Roberto Cosolini è un candidato forte, e il partito è unito a suo sostegno. Qualche mese fa Trieste sembrava una partita chiusa, ora invece si speriamo veramente. Per noi sarebbe un colpo importante a livello nazionale, il più importante dopo Milano.

La coalizione che appoggia Cosolini rispecchia lo schema classico del centrosinistra dal Pd a Rifondazione. Ma a livello nazionale non cercavate l’alleanza con il Terzo polo?

Gli schemi nazionali devono adattarsi alle situazioni locali. Sono convinto che sul piano nazionale dobbiamo cercare l’allargamento al Terzo polo, ma non vedo perché a Trieste Cosolini non debba appoggiarsi a una coalizione diversa. Contano le persone.

Quali sono i progetti del Pd per Trieste?

Porre rimedio ai tre grandi fallimenti di Tondo e Dipiazza. Il primo sono le Generali: l’amministrazione di centrodestra non è riuscita a far vivere a Trieste il suo ruolo di capitale europea delle assicurazioni. Il secondo è la scienza: l’ateneo triestino, pur essendo virtuoso, è stato penalizzato dalla riforma Gelmini. Noi ci impegniamo a salvarlo. Infine c’è il grande tema del porto: Trieste non deve lasciarsi sfuggire l’occasione irripetibile del progettoUnicredit. Le inadempienze del centrodestra rischiano di farlo cadere fra le braccia di Capodistria. Il centrosinistra non lo permetterà.

Di Milano invece cosa ci dice?

Che quando ho letto che il sindaco Moratti ha partecipato solo al 7% delle sedute del Consiglio comunale, ho capito perché Berlusconi sta trasformando le elezioni in un referendum su se stesso. L’epoca dei sindaci-commissari è finita.

I sondaggi danno il Pdl in picchiata, ma anche il Pd non se la passa bene. Come mai?

Rispetto a qualche anno fa è cambiato tutto. Ora le coalizioni tornano ad essere più importanti dei grandi partiti. Un calo è naturale. D’altra parte nelle ultime settimane il Pd è dato in ripresa. Siamo ottimisti.

Un’ultima domanda. Cosa pensa della richiesta di riflessione interna avanzata da Walter Veltroni dalle pagine del Foglio?

Che ne parliamo dopo le elezioni.

Commenti

Lascia il tuo commento

Lascia il tuo commento