Il premier parla come se davanti a sé avesse altri 17 anni

Intervista rilasciata da Enrico a Fabio Martini pubblicata su La Stampa lunedì 27 giugno

Al termine di una domenica, a suo modo indimenticabile per il governo, Enrico Letta, numero due del Pd, tira le somme: «L’appello al dialogo del Presidente del Consiglio pare privo di qualunque credibilità. E d’altra parte lo scontro tra il sottosegretario Crosetto e il ministro Tremonti è la dimostrazione che la maggioranza non ha più la coesione necessaria per andare avanti».

Un fine settimana difficile per il ministro dell’Economia: collaboratori dimissionari, Finanza indagata, critiche feroci…

«Ogni giorno che passa l’incompatibilità tra Berlusconi e Tremonti emerge sempre di più. Esistono due governi. Il governo Berlusconi e il governo Tremonti che fino ad ora hanno coesistito, ma che da giovedì in poi non saranno più in grado di farlo».

L’appello di Berlusconi al Pd le è apparso rituale?

«Le cose non fatte in 3 anni, non si realizzano ora che siamo all’ultimo giro. In una situazione resa precaria proprio dalla mancanza di decisioni, Berlusconi si comporta come se avesse davanti a sé altri 17 anni. Ora basta».

Ma dopo l’appello generico del premier, fra qualche giorno arriverà la manovra triennale: in quel caso la firma sarà di Tremonti, non di Berlusconi…

«Giovedì capiremo se il governo avrà recepito il richiamo giunto dall’Europa. I mercati ci guardano con apprensione e anche noi li guardiamo con lo stesso sentimento, per capirne le reazioni».

Sulla mega-manovra ve la caverete con un prendere o lasciare?

«Intanto suggerisco di evitare il loro solito metodo, che funziona così: dal Consiglio dei ministri si esce senza approvare un testo scritto, ma subito dopo si fa una conferenza stampa piena di begli annunci e si distribuiscono le “veline” al Tgl e al Tg4. Il testo vero si cucina nei giorni successivi e finalmente, una decina di giorni più tardi, sulla Gazzetta Ufficiale si scopre la vera manovra, diversa da quella annunciata, scritta in modo oscuro, che puntualmente costringe ad un lavoro di archeologia, di faticosa ricerca del significato e dell’entità di alcune misure».

Si preannuncia un taglio ai costi della partitocrazia. Direte no?

«Vedremo cosa ci sarà dentro. Ma su questi temi il Pd si è mosso da tempo e le nostre proposte già oggi sono “competitive”: per esempio sull’esempio che ci viene dal Consiglio regionale dell’Emilia Romagna, Bersani ha messo a punto un progetto dentro il quale è previsto il superamento del vitalizio per i parlamentari».

Non sono misure che potrebbero riconsegnare la politica ai ricchi e ai funzionari di partito?

«No. Tutti devono essere messi nelle condizioni di far politica, ma tagliando l’attuale eccesso di privilegi che c’è ora».

Dopo i risultati elettorali il Pd le pare un partito che può concedersi ancora no a raffica o elenchi di spese a piè di lista?

«Intanto vediamo se il governo si presenta solo con le forbici, oppure se è in grado di mettere in campo una strategia per il rilancio del Paese. Quanto a noi, abbiamo presentato una sfilza di proposte, in particolare sul rilancio delle infrastrutture, a costo zero. Su porti e aeroporti, per esempio, si possono fare interventi importanti».

Per il Pd una contromanovra non è il vero biglietto da visita?

«Il governo ha il controllo dei conti pubblici e sa cose che noi non siamo in grado di conoscere. Ma per quanto attiene lo stimolo alla crescita, abbiamo proposte chiare sul fisco, sul necessario spostamento di pesi da chi lavora e produce alle rendite».

Di Pietro avrà fatto una svolta un po’ brusca ma intanto parla agli elettori delusi da Berlusconi, mentre il Pd pensa solo a fare il pieno di quelli di sinistra…

«Uno studio Ipsos dimostra che gli elettori del Pd si definiscono per il 62% progressisti e per il 38% moderati. Ciò dimostra l’infondatezza della scommessa di Di Pietro. Rispetto agli elettori delusi siamo molto più credibili noi di quanto possa esserlo lui. Oramai esiste un asse Berlusconi-Bossi-Di Pietro che punta sulla resistenza del premier. Lo chiamerei 1″asse dell’arrocco”. Il Pd, il Terzo polo e, forse, Maroni scommettono su uno scenario senza Berlusconi e i fatti ci stanno dando ragione».

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