Il senso di una data da ricordare

La Croazia entra nella UEDal 1 luglio 2013 la Croazia è il ventottesimo Stato dell’Unione Europea.  Per l’occasione il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha scritto un articolo per il quotidiano Il Piccolo.

1° luglio 2013: una data storica per l’Europa. L’Ue accoglie la sua ventottesima stella, la Croazia. L’abbiamo “accesa” al Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, nel corso del quale abbiamo anche confermato l’adesione della Lettonia all’euro e approvato la proposta della Commissione di apertura dei negoziati per l’adesione della Serbia e per un accordo di associazione e stabilizzazione con il Kosovo.

Tra questa data così importante e il 1° luglio 2014, giorno d’avvio del semestre italiano di Presidenza dell’Ue, intercorre un anno esatto. Sarà un periodo cruciale, nel quale dovremo operare tutti per rilanciare e affermare la percezione di un’Europa intesa, anzitutto, come storia di successo. Sì, di successo. Parlarne in questi termini, lo so, può sembrare una provocazione, la negazione della realtà. Aleggia infatti la rassegnazione. Cresce l’anti-europeismo. Eppure, Zagabria, Riga e Belgrado, tre capitali così diverse, guardano oggi alla dimensione europea –  politica e, nel caso della Lettonia, anche monetaria – come a un orizzonte di crescita, pace, stabilizzazione. Siamo ancora attrattivi: motore di speranza e di benessere per i popoli e i Paesi a noi vicini.

Individuare le potenzialità europee, a ben vedere, è precondizione per affrontare le sfide, dure ma ambiziose, del presente. Ne ricordo tre, sinteticamente. Primo: la pace non è il passato dell’Europa, è il suo DNA. Ragione del Trattato di Roma del 1957, essa resta l’obiettivo del processo di integrazione, un traguardo che troppo spesso siamo soliti dare per scontato. Non è così, non deve essere così. Vale la pena rileggere  l’annuncio del Comitato Norvegese per il Nobel all’Europa del 12 ottobre 2012. Il documento si apre con la riconciliazione tra Francia e Germania, per poi evocare il processo di democratizzazione in Grecia, Spagna e Portogallo, un passaggio essenziale che resta un punto di equilibrio anche oggi, pur nelle difficoltà economiche e sociali. Infine, il Comitato connette in modo esplicito il processo degli ultimi due decenni in Europa orientale con la riconciliazione nei Balcani, partendo proprio dall’ingresso della Croazia nell’Unione. Mi torna in mente il concerto del maestro Muti a Trieste nell’estate del 2010, un appuntamento così fortemente voluto dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, alla presenza dei presidenti di Slovenia e Croazia. Mi tornano in mente piazza dell’Unità, i ragazzi, gli orchestrali e i coristi, tutti uniti da un linguaggio di pace e di superamento delle ferite del passato.

Secondo: un’Europa nuova si costruisce vincendo la “guerra alla crisi”, a partire da quello “scandalo senza precedenti” che è la dissipazione del potenziale rappresentato dai nostri giovani. Dal Consiglio Europeo sono state recepite molte delle indicazioni dell’Italia, su cui  ho basato l’attività del mio governo fin dall’inizio del mandato, in coerenza con le dichiarazioni programmatiche. Sul lavoro per i giovani, le politiche nazionali e quelle comunitarie devono procedere all’unisono. In questi anni, l’immagine dell’Unione Europea si è deteriorata anche perché è stata associata alla timidezza, alla vaghezza, ai rinvii. La crisi però irrompe subito e con ritmi spaventosi nella vita delle persone,  impone  sacrifici, esige risposte urgenti. Le decisioni assunte a Bruxelles vanno proprio in questa direzione. Non diciamo più a una generazione tradita “ci dispiace, ripresentatevi più tardi”, ma ci concentriamo sulle cose da fare subito: in particolare, appunto, sulla lotta alla disoccupazione dei giovani. I progetti europei in materia sono stati anticipati e rafforzati. L’Europa è molto più che uno strumento finanziario e le persone contano più dei numeri. Attraverso la nostra “ossessione” per il lavoro per i giovani vogliamo mandare un messaggio ai popoli, dicendo forte e chiaro che la lotta alla disoccupazione è la priorità e superando con le scelte politiche le strettoie istituzionali.

Terzo e ultimo punto: l’Europa è integrazione culturale. L’Italia è sempre stata in prima fila su questo, con un’attenzione particolare proprio nei riguardi dei Balcani. Per questo dobbiamo tutti – decisori politici, classi dirigenti, media, cittadini – impegnarci per far riemergere l’Europa stessa da una crisi di stereotipi e di luoghi comuni, in cui è stato intaccato quel patrimonio unico che Ralf Dahrendorf considerava la base dell’unione economica: la “convertibilità culturale” tra i popoli europei.

Ho letto con attenzione e curiosità il testo di Claudio Magris nella traccia della prima prova della maturità di quest’anno dedicata al viaggio e alle frontiere. Ho ripensato all’Europa e ai suoi compiti attuali. Alle frontiere che dividevano il noto e l’ignoto nella guerra fredda e alla capacità di tradurre le diversità su cui abbiamo fondato la speranza europea. Al fatto che “rimescolare il sangue” dei popoli europei vuol dire renderlo più vivo, attraverso la mobilità internazionale. A questo proposito, con il nuovo programma Erasmus for All saranno create opportunità di mobilità per 5 milioni di persone, tra studenti, insegnanti, volontari, mettendo insieme più di 115.000 istituzioni. Attraverso queste azioni e questi strumenti sapremo contribuire, anche assieme alla Croazia, a rendere l’Europa unita ciò che davvero è stata, è (nonostante tutto) e ancora può essere: una storia di successo.

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