La classe dirigente deve venire allo scoperto

Intervista rilasciata da Enrico a Carlo Bertini, pubblicata su “La Stampa”, sabato 19 febbraio

Nei colloqui privati tutti sparlano di Berlusconi, ma poi nessuno esce allo scoperto: basta, anche la classe dirigente non politica del paese deve battere un colpo, come successe in Inghilterra quando la Thatcher era arrivata a fine corsa. E se l’establishment non vuole al governo pericolosi sovversivi come me, Bersani e Casini, almeno chieda al centrodestra di cambiare premier». Il numero due del Pd Enrico Letta, avvezzo a frequentare le alte sfere dell’economia, non digerisce più «le chiacchiere riservate, in cui se ne sentono di tutti i colori sul Cavaliere, e tutti quei silenzi in pubblico. Bisognerebbe invece preoccuparsi del fatto che tra pochi giorni 27 capi di Stato decideranno il nostro futuro per i prossimi dieci anni. E che sarà Berlusconi a doverci difendere nella riforma del Trattato di Maastricht».

E’ irritato perché Terzo Polo e Lega non sentono le vostre sirene e i sogni di vittoria si raffreddano?

«Il voto forse sì, ma non si allontana la crisi: ormai siamo vittime di una paralisi che ci fa assomigliare al Belgio, con in più una coloritura a luci rosse: da cento giorni il governo non esiste e lo dimostra la riforma della giustizia che sarà un flop come la «scossa» all’economia della settimana scorsa già naufragata e lo scandalo sulla festa per l’Unità d’Italia. E’ chiaro che la Lega sta cercando in tutti i modi di smarcarsi dall’immagine disastrosadel governo. E per quel che riguarda la nostra sfida lanciata al Carroccio sul federalismo, è altrettanto chiaro che nessuno di noi immaginava che un gelo durato quindici anni si potesse sciogliere in 36 ore.»

Ma se malgrado tutte queste manovre Berlusconi resiste, voi dovrete attrezzarvi per fronteggiare un contraccolpo. Siete pronti?

«Questa non è una gara di cento metri, ma la partita finale di un ventennio. E dunque non dobbiamo assolutamente mollare, perché la scandalosa compravendita dei voti non fa uscire Berlusconi dalla crisi. Dunque in Parlamento deve restare chiaro che loro non possono governare e la prossima settimana se ne accorgeranno quando bloccheremo il voto sul decreto milleproroghe. Poi lanciamo un appello all’establishment economico a fare i conti con i danni che questa paralisi provoca al sistema e dunque a schierarsi. Perché la base del paese risponde visto che i sondaggi dicono che il 60% vuole le dimissioni del premier e la classe politica sta facendo di tutto, tranne usare i mezzi finanziari come fa Berlusconi. Terzo, non dobbiamo farci intimidire sul tema della coalizione…».

Ecco, non vi ha raggelato lo stop di Casini? O anche lei pensa che abbia fatto bene a togliere la Santa Alleanza dal tavolo in questa fase?

«Soltanto una coalizione larga batterà Berlusconi ed è chiaro che scatterà solo nel momento in cui ci si avvicina al voto. Quindi le sue parole di ieri le interpreto con fini tattici».

Di sicuro è la prima volta che Casini dice «mai col Pd». Se lo si prende per buono questo «no» certifica il fallimento della linea con cui lei e Bersani avete vinto il congresso. O no?

«No, perché sono ondeggiamenti tattici legati all’elastico della vicinanza o lontananza delle elezioni. E dovuti anche alla necessità di difendere il recinto di Fini che sta perdendo pezzi: il Terzo Polo è a rischio per sua natura e capisco le loro cautele perché se si squaglia il gruppo alla Camera di Fli, molti dei discorsi che stiamo facendo diventerebbero più difficili. Il nostro compito resta quello di tessere la tela in modo che non si strappi. Berlusconi ha evitato per ora il voto solo perché noi abbiamo costruito condizioni per vincere, quindi non facciamo l’errore di riportare indietro le lancette».

A proposito di unità, ha avuto un certo effetto questa azione di disturbo di Vendola. Un candidato migliore della Bindi per mettervi in crisi non poteva sceglierlo.

«Vendola ha fatto comunque un passo avanti perché è salito sul treno di una coalizione larga, ma non riesce mai a fare le cose senza dare una gomitata al Pd. Detto questo, il leader c’è ed è Bersani, questo lavorio di Vendola per indebolirlo si commenta da solo e Rosy ha fatto bene a scoprirgli subito il gioco. Il che dimostra che la nostra unità tiene bene».

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