La lezione di Andreatta contro gli euroscettici

Enrico Letta e Mariantonietta Colimberti per la Repubblica, 27 marzo 2017

Il testo qui pubblicato è una  sintesi  dell’introduzione  all’ultimo numero di  Arel, dedicato a  Beniamino  Andreatta nel  decennale della  scomparsa

arel ue andreatta Nino Andreatta, costruttore di nuovi modi e contenuti dello stare insieme nella politica nazionale non ha mai fatto mancare la sua forza ideativa e il suo impegno concreto anche sull’Europa. Già ben prima del ’76, anno del suo ingresso in Parlamento, Andreatta interviene in seminari e sui giornali sulle questioni europee. Ma è con l’elezione in Senato come esterno della Democrazia Cristiana che l’attenzione all’Europa trova la sua espressione più consistente. Nella stessa legislatura viene eletto alla Camera Altiero Spinelli, deputato indipendente di sinistra nelle liste del Pci.

Con Andreatta e Spinelli entrano in Parlamento una sensibilità e una cultura europee accese, una novità rispetto al decennio precedente. Sui passaggi parlamentari importanti riguardanti la costruzione europea c’è grande sintonia, dal voto sull’ingresso immediato nello SME (1978) all’adozione del nuovo Trattato per l’Unione (1984). Nel primo caso Spinelli vota in difformità rispetto a chi lo ha eletto nelle proprie liste, mentre Andreatta incita il governo presieduto da un molto prudente Andreotti e il suo partito a rompere gli indugi. Entrambi ritengono che il nostro paese abbia tutto da guadagnare dal controllo progressivo dell’inflazione imposto dall’ingresso nel sistema monetario comune e che i pericoli ventilati dagli euroscettici siano inconsistenti rispetto ai vantaggi che possono derivarne a chi ha una moneta debole. Nel secondo caso, ancora una volta, di fronte a un governo che gli appare riluttante, Andreatta spinge per una adesione senza incertezze dell’Italia al progetto del padre del Manifesto di Ventotene.

Per la prima volta, in questa occasione, Andreatta ipotizza l’Europa a due velocità. Concreto come sempre, il suo sforzo è quello di tradurre nella realtà l’idea di un’Europa moderna e competitiva, solidale e inclusiva, dotata di istituzioni e regole certe e funzionanti.

Per questo nel 1990, a pochi mesi dalla caduta del Muro e a due anni da Maastricht, si chiede «se le idee di Spinelli o di Delors di una federazione degli Stati europei siano le più valide di fronte alla diversa sensibilità dei Paesi membri a tale riguardo» o se, in certi casi, non sia più utile «che si costituisca un nocciolo duro, una unità monetaria proprio per evitare i conflitti che porterebbe l’esistenza di più monete». L’obiettivo sarebbe quello di avere un’Europa con sub-sistemi economici, tenuti assieme dalle regole del mercato unico, che siano anche politici. Si tratterebbe di affrontare un passo indietro, ma «è il realismo di dover affrontare una situazione nuova e interessante: l’organizzazione del nuovo assetto dell’Europa Centrale, con paesi che hanno un livello di reddito poco superiore al Portogallo, alla Grecia e la cui entrata all’interno della Comunità potrebbe creare grossi problemi».

Una stupefacente lungimiranza, oggi ancora più evidente, alla luce del dibattito scaturito dalle recenti proposte di Angela Merkel

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