La mia risposta a Pietro Ichino

Caro Pietro,

sono esterrefatto dalla scorrettezza con la quale mi costruisci, artatamente e maliziosamente, una operazione quale quella che riporti questa mattina sul tuo sito. Un’operazione che, credendo di conoscerti, mi stupisce: nello stile e nello sostanza.

È vero che non si finisce mai di imparare. Utilizzi parole riportate in modo confuso e di seconda mano per mettermi in bocca cose che evidentemente ti sono utili solo per tuoi fini. Se mi avessi chiesto cosa penso sul tema delle primarie, ti avrei risposto semplicemente con quel che penso. E cioè che sono state una grande scelta. Una salutare, sacrosanta, occasione di democrazia e partecipazione che renderà più forte il PD rispetto ai nostri avversari e rispetto all’antipolitica.

Penso che ogni candidato contribuirà in modo determinante a quest’esito. E ritengo che – dal momento che stiamo facendo non un congresso, ma una consultazione per la designazione del candidato premier di questo Paese – oltre alla competenza del candidato stesso sia prioritario scegliere chi è in grado di unire, di coinvolgere, di costruire alleanze che garantiscano governabilità all’Italia in uno degli snodi più drammatici della sua storia. E questo perché, alla fine, attorno alla persona che sceglieremo dovranno raccogliersi più del 50 per cento dei consensi e delle forze vive del Paese.

Ritengo che quella di Bersani, sia in quanto leader del partito più grande, sia per la sua naturale capacità inclusiva, sia la candidatura migliore per la premiership. Lo credo per la sua storia personale, per la passione con cui insieme abbiamo condiviso molti passaggi della costruzione del centrosinistra italiano, per la straordinaria responsabilità con cui ha fatto sì che il Partito Democratico sostenesse negli ultimi 10 mesi, e senza mai un cedimento oggettivo, l’azione di risanamento del governo Monti. Un’azione che, com’è noto, ho accolto con grande convinzione fin dal principio, ma che innegabilmente è stata faticosa sul piano della tenuta sociale del Paese e della risposta al disagio di tanti italiani.

Considero Renzi, Vendola, Tabacci, Puppato e gli altri candidati di cui si discute in queste ore più divisivi che inclusivi. Chi di loro dovesse vincere – a mio parere –  faticherebbe non poco ad unire, ad allargare, a coinvolgere quelle forze indispensabili per arrivare alla maggioranza necessaria a guidare il Paese.

Questa è la sintesi. Poi avremo modo tutti di spiegare meglio il senso delle nostre convinzioni: la campagna è ancora lunga. Mi auguro, tuttavia, che il confronto possa avvenire su un profilo di correttezza. Così faremo il bene non tanto dei democratici quanto dell’Italia che, senza un PD forte, unito e vincente, non potrà mai uscire dalla crisi. E su questo spero non ci siano dubbi.

Enrico Letta

 

Di seguito la risposta di Pietro Ichino

L’amicizia e la stima che mi legano a Enrico Letta mi inducono a chiedergli preliminarmente scusa se con la pubblicazione di questa lettera e della mia risposta lo ho irritato, e soprattutto se con questo ho davvero commesso una scorrettezza nei suoi confronti. Mi chiedo, però in che cosa consista la scorrettezza, dal momento che mi sono limitato a pubblicare – con l’autorizzazione scritta della mittente – un messaggio che riferisce non di cose della vita privata, ma di una discussione politica svoltasi in una sede di partito. Ora prendo doverosamente atto della rettifica che lo stesso E.L. propone, riguardo a quanto riportato dall’autrice della lettera: quando ha parlato dell’effetto “divisivo” di una eventuale vittoria di Matteo Renzi alle primarie il vicesegretario del Pd non si riferiva al partito, ma alla coalizione che intorno ad esso vogliamo costruire. Osservo soltanto che questa precisazione non fa che rendere ancora più pertinenti le mie riflessioni proposte sopra. In particolare, come può non rendersi conto E.L. dell’ipoteca gravissima sull’unità della futura coalizione derivante dalle posizioni assunte da alcuni dirigenti di vertice del nostro partito e da Nichi Vendola, nel senso della necessità di “rinegoziare” gli impegni dall’Italia nei confronti dei propri partner europei, o di disfare quello che ha fatto il Governo Monti in materia di pensioni e di mercato del lavoro? Forse che su queste basi può essere recuperata la fiducia di quel dieci per cento di italiani che hanno abbandonato il Pd in questi ultimi quattro anni? E di quel quindici per cento di italiani che hanno abbandonato il PdL? Sarei felice che E.L. chiarisse come e perché, a suo modo di vedere, sulla linea tenuta da Pierluigi Bersani il Pd dovrebbe essere in grado di recuperare un dialogo con questa parte decisiva dell’elettorato, con la quale negli ultimi anni ha perso totalmente i contatti, o verso la quale non ha comunque avuto alcuna capacità di attrazione. Se questo chiarimento venisse e fosse convincente, l’”incidente” mediatico della pubblicazione di questa lettera finirebbe col rendere un servizio utilissimo a tutti noi, nella nostra battaglia comune per un successo del centrosinistra alle prossime elezioni.  (p.i.)

 

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