La primavera del Mediterraneo

Articolo di Enrico pubblicato su “Social News”, aprile 2011.

La chiamano “primavera del Mediterraneo”. È la rivoluzione che in poche settimane ha investito i Paesi del Maghreb e quelli del Medio Oriente: dall’Algeria allo Yemen, dalla Siria alla Giordania, dalla Tunisia all’Egitto, dal Bahrain alla Libia.

Mobilitazioni pacifiche o rivolte, transizioni morbide o conflitti sull’orlo della guerra civile. Quale che sia l’esito delle singole partite nazionali, un dato è certo: quanto sta accadendo si configura come un potenziale sconquasso geopolitico paragonabile solo alla fine della guerra fredda. Cambierannoi rapporti di forza e le sfere d’influenza, tanto a livello macroregionale quanto su scala globale. Si trasformerà il legame tra democrazia e Islam, con ripercussioni difficilmente prevedibili in termini di dialogo interculturale e incontro tra civiltà diverse. Si acuirà la complessità del quadro generale e aumenterà il numero degli attori coinvolti in asset cruciali per il futuro prossimo, come l’approvvigionamento energetico, la produzione e la distribuzione delle materie prime, la gestione dei flussi migratori.

Molti degli effetti di questo terremoto sono già sotto gli occhi di tutti e, per quanto possa essere azzardato provare subito a tirare le fila di quanto avviene, non c’è dubbio che, posta ex abrupto di fronte all’imperativo di intervenire, la comunità internazionale si sia trovata spiazzata, sospesa tra un ordine mondiale mai del tutto ricostruito e il caos e la frammentazione figli della crisi, della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica.

Da un lato, i video su youtube delle proteste di piazza soffocate nel sangue e le cronache del crollo repentino di regimi ultradecennali. Dall’altro, le fotografie dei vertici internazionali convocati in fretta e furia, i contrasti tra leader e aspiranti tali, i tira e molla della Lega Araba, i balbettii dell’America di Obama, l’afasia dell’Europa di Barroso. Nel mezzo proprio noi, l’Italia di Berlusconi e del bunga bunga, costretta a muoversi tra le contraddizioni di  una posizione da sempre strategica nel cuore del Mediterraneo e un’immagine mai così dileggiata nel mondo.

Sono, a ben vedere, le stesse contraddizioni che continuano a permeare la nostra politica estera. Prima il baciamano a Gheddafi e le riverenze alle amazzoni, poi la concessione ‘a malincuore’ delle basi militari per i bombardamenti della Nato sulla Libia. Prima il ‘fora dai ball’ agli immigrati di un ministro della Repubblica, poi, da un altro ministro della Repubblica (dello stesso partito), il tentativo in extremis di coinvolgere Francia e alleati europei nella gestione difficilissima della nuova emergenza immigrazione.

Così, mentre altrove – a partire dalle cancellerie di tutti i Paesi del vecchio continente – torna, e in grande stile, la realpolitik degli Stati nazionali (con buona pace del multilateralismo dei decenni scorsi), in Italia a risaltare è anzitutto l’assenza della politica. È, ad esempio, attraverso una sistematica azione diplomatica che avremmo dovuto pungolare un rilancio del ruolo dell’Unione europea sul versante della politica estera e del controllo delle frontiere. Abbiamo, invece, incassato una lunga sequela di compromessi al ribasso le cui conseguenze, oggi, paghiamo carissime. A osservare la situazione col senno del poi, la lista delle occasioni mancate si allunga sempre di più: integrazione politica evaporata, partenariato euro-mediterraneo nel dimenticatoio, agenzia Frontex evanescente, europeizzazione della politica energetica non pervenuta.

L’aspetto paradossale è che, pur nell’imponderabilità della tempistica e della potenza dell’effetto domino, molte delle ripercussioni sull’Italia di una perdita di peso dell’Europa erano state preconizzate nel dibattito pubblico nazionale. Per anni abbiamo ripetuto, inascoltati, che nel caos globale l’unica vera ancora di salvataggio per un Paese come il nostro sarebbe stata l’Unione europea. Non a caso oggi, senza Bruxelles, ci ritroviamo schiacciati tra le velleità di Sarkozy, i no della Merkel e il gelo di Washington, da soli a fronteggiare fenomeni epocali – come la fine dei regimi del secolo scorso e lo spostamento in massa di milioni di uomini e donne in fuga dalla guerra e dalla miseria – che cambieranno il volto del Mediterraneo e della stessa Europa.

Quali siano le contromisure da adottare, ora che il vaso di Pandora è scoperchiato, è difficile a dirsi. Di certo c’è che, una volta finito l’intervento in Libia e tamponata un’emergenza che è prima di tutto umanitaria, sarà indispensabile fare tabula rasa degli errori del passato, archiviare la diplomazia delle pacche sulle spalle e delle barzellette tra amici, e farsi protagonisti di una nuova stagione di europeismo, all’insegna del pragmatismo più che delle dichiarazioni di principio. Il pragmatismo di chi sa, e dice anche brutalmente, che senza una solida, lungimirante e comune politica per il Mediterraneo, l’Italia è destinata a tornare ad essere il ventre molle dell’Europa, comprimario Paese di periferia e luogo di transito di un’umanità che, nonostante tutto e tutti, guarda comunque avanti. Forse  ben più di noi.

Leggi tutto il numero di “Social news”, aprile 2011.

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