La rivoluzione del 5 per mille non più precario

Lettera di Enrico Letta e Maurizio Lupi al Corriere della Sera, pubblicata sabato 21 aprile 2011.

Caro direttore,

Con la stabilizzazione del 5 per mille, attraverso la delega fiscale, che dovrà essere approvata dal Parlamento il governo Monti ha finalmente reso permanente quello che forse è l’unico strumento di sussidiarietà autentica presente nell’ordinamento italiano. E lo ha fatto nel pieno della crisi più drammatica che le generazioni attuali abbiamo mai attraversato, per uscire dalla quale è indispensabile mobilitare tutte le risorse, tutte le energie, tutte le esperienze migliori a disposizione della nostra comunità nazionale.

La stabilizzazione arriva al termine di un lungo e faticoso percorso portato avanti, di anno in anno, con i governi Berlusconi e Prodi, dall’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà assieme agli amici appartenenti a tutti gli schieramenti tra i quali Ugo Sposetti, Maurizio Gasparri, Ermete Realacci e Gianluca Galletti. All’inizio (era il 2005)  fuori e dentro i palazzi della politica in molti avversarono questa opzione. Per alcuni era il sintomo di una “concezione residuale e caritatevole” del welfare. Altri puntavano il dito contro i contribuenti: non saranno mai in grado di scegliere a chi destinare le proprie risorse. E comunque, aggiungevano, questo tipo di decisioni spetta allo Stato.

Come Intergruppo credevamo, invece, in questa misura tanto da lavorare insieme affinché venisse introdotta dal ministro Tremonti nella Finanziaria 2006.  Certo, forse il 5 per mille era solo una goccia nel mare, ma per la prima volta si dava concreta realizzazione all’idea di sussidiarietà fiscale. Finalmente i cittadini avrebbero potuto scegliere e sostenere ciò che, sul territorio, rispondeva bene (e in certi casi meglio dello Stato) ai propri bisogni. Una vera e propria rivoluzione culturale.

Sapevamo che non sarebbe stato semplice. E infatti in questi anni sono stati diversi i tentativi di cancellarla, di ripristinare lo status quo. Ma non ci siamo arresi e, oggi, possiamo dire che avevamo ragione. Non solo perché il 5 per mille si è rivelato, nei fatti, uno straordinario successo (oltre 2 miliardi di euro distribuiti sul territorio con circa il 60% dei cittadini che, ogni anno, indica in sede di dichiarazione dei redditi la propria preferenza), ma perché siamo riusciti a dimostrare ciò di cui siamo sempre stati convinti: esiste, nel Paese, una ricchezza di opere, nate dalla libera iniziativa di uomini e donne, che svolgono un servizio pubblico.

Ebbene, è giusto che questo punto di forza del sistema Italia venga riconosciuto, valorizzato e sostenuto. E nessuno, più di chi quotidianamente ha a che fare con queste realtà, può farlo. La cosa che ci ha sempre colpito, infatti, è che pur potendo scegliere di destinare i propri soldi ad associazioni importanti e conosciute a livello nazionale, la maggior parte dei contribuenti che usufruisce del 5 per mille sceglie opere che lavorano sul proprio territorio. Che conosce direttamente.

È l’espressione massima della libertà di scelta. Che, oggi, dunque, diventa stabile. Una vittoria che rivendichiamo con orgoglio. Ma non come successo personale. La stabilizzazione del 5 per mille è anzitutto una vittoria per il Paese. Perché con la crisi è fondamentale riconoscere ciò che può permettere alla nostra società di guardare al futuro con speranza, che può aiutare la crescita sul piano sia economico sia sociale. In attesa che con la riforma del lavoro si diano risposte efficaci al problema della precarietà, è senz’altro un’ottima notizia che un “precario” d’eccezione come il 5 per mille abbia finalmente trovato la propria strada. Che è la stessa per cui può passare il futuro dell’Italia.

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