La sinistra radicale dica no alla conservazione

Intervista rilasciata da Enrico a Carlo Fusi, pubblicata su Il Messaggero, martedì 5 luglio

In Val di Susa «è successo qualcosa di molto grave», e la reazione dello Stato dove essere adeguata. Tuttavia una cosa sono i giudici e un’altra la politica. E dunque se il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, chiede che sia contestato il reato di tentato omicidio per le violenze contro i poliziotti, Enrico Letta invita a separare il ruolo dei giudici da quello della politica: «Il modo con il quale le forze dell’ordine hanno gestito gli scontri è stato esemplare e va a merito loro e di chi le ha guidate. Detto questo, sugli aspetti giuridici non mi pronuncio e penso che neanche Maroni debba farlo. Sono decisioni che spettano ai magistrati e Maroni fa un altro mestiere».

Restiamo alla Tav. La politica non è solo repressione, è programmazione prima e decisione poi. Il problema vero che gli scontri hanno riproposto con clamore è chi in Italia decide cosa; e come, una volta deciso, si attua…

«Sicuramente la questione che lei cita – chi decide cosa e come si attua la decisione – dovrà essere messo al centro dell’agenda del prossimo governo di centrosinistra. Perché è una questione che ci trasciniamo dietro come Paese da troppo tempo e non riguarda soltanto il caso, seppur eclatante, della Tav: penso all’energia, con i troppi no agli impianti a metano, i cosiddetti rigassificatori che sono necessari per liberarci dalla dipendenza da russi e algerini; oppure anche il no agli impianti per l’energia rinnovabile o il no ai termovalorizzatori. C’è un problema generale del Paese: combattere l’immobilismo. Il nostro guaio è la conservazione».

Le chiedevo se il centrosinistra ha le carte in regola: con l’eredità del ’68? Con gli ammiccamenti alla sinistra radicale?

«I no che supportano l’immobilismo sono assolutamente trasversali nello schieramento politico. Sulla questione Tav all’inizio i no erano equamente distribuiti e voglio ricordare la posizione diciamo prudente della Lega».

Però è un fatto che nelle trecento pagine del programma di Prodi sulla Tav non c’era neanche una riga. Non era mica un caso.

«Nei due anni del governo Prodi ho seguito i lavori dell’osservatorio che dipendeva direttamente da palazzo Chigi. Bene, se oggi siamo arrivati ad una svolta è anche perché l’osservatorio è riuscito far sì che alcuni degli argomenti dei sindaci venissero recepiti dal progetto. Che poi è il modo giusto per affrontare il problema».

Ma puntando a modernizzare il Paese come si può governare con la sinistra radicale che, seppur ovviamente condannando la violenza, valorizza e difende la protesta?

«Dovremo provarci ma ci vuole chiarezza da subito. Basta con le ambiguità, ognuno deve prendersi le sue responsabilità. Ed è per questo che ritengo decisivo che prima di ragionare sui singoli temi ci sia chiarezza sul metodo. E secondo me la strada giusta è importare il meccanismo francese del dibattito pubblico. In Francia esiste una legge che regola e norma con precisione tutti i passaggi amministrativi dell’attuazione delle opere pubbliche, rendendoli trasparenti. Perché il vero problema italiano è che la gente non si fida delle amministrazioni e pensa che alla fine comunque arriverà la fregatura».

E lei, come dirigente del Pd, si assume la responsabilità di dire: se non troviamo un’intesa preliminare, di metodo, con la sinistra radicale non potremo governare?

«La mia risposta è che considero obbligatorio trovare una intesa. Semplicemente perché non possiamo permetterci di fare la fine dell’ultimo governo Prodi, caduto tra l’altro anche per i no alle opere pubbliche per smaltire i rifiuti in Campania. Sono ottimista. Proprio perché sono favorevole ad un centrosinistra largo che unisca progressisti e moderati, dico a tutti noi che una coalizione del genere pub governare se mette con chiarezza delle regole d’ingaggio che diano garanzie alle popolazioni sulla trasparenza decisionale e alle amministrazioni che una volta che un’opera pubblica è stata approvata verrà realizzata».

Cosa dice ai cattivi maestri alla Beppe Grillo che accarezzano il pelo delle rivendicazioni No Tav?

«Il dibattito pubblico alla francese è il metodo migliore per togliere ossigeno a chi contesta e basta. Quando si mettono le carte in tavola e si solleva il velo di opacità sul modo in cui si prendono le decisioni, si tolgono argomenti a chi campa solo sulla protesta».

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