Le correnti cattoliche non esistono più. Esiste il Pd. Punto

Articolo di Enrico Letta, pubblicato sul Foglio, mercoledì 10 ottobre

Scomodare De Gasperi e Dossetti, come ha fatto ieri qui Claudio Cerasa, per individuare chiavi di lettura originali sulle primarie che il centrosinistra si appresta a celebrare è esercizio che ci onora. Tuttavia, avrebbe una percezione di sé certamente dilatata chi di noi, indulgendo nel paragone, non riconoscesse l’asimmetria tra quelle personalità di assoluto prestigio e il nostro povero “faticare” in questo tempo di politica debole. Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che l’ispirazione cristiana in politica non potesse vivere, né certo prosperare, entro il perimetro ristretto di partiti mignon. L’esperienza della Dc si è rapidamente rivelata irripetibile. Ne sono scaturite declinazioni politiche legittime, ma con aspirazioni e consistenza elettorale ben più limitate. Allo stesso modo, considero in contraddizione con le scelte che ciascuno di noi ha fatto in questi anni creare – o essere tentati di farlo – fronde o correnti di cattolici all’interno di un grande partito.

La logica delle riserve indiane rischia di rendere i cattolici italiani irrilevanti. E la richiesta di residui di potere o di posti, in nome della storia e del blasone, oltre che non essere dignitosa, cozza con lo spirito dei tempi in cui viviamo. Tempi che esigono concretezza e attualità delle politiche che si propongono al paese nel suo complesso, indipendentemente da ogni caratterizzazione di sorta. Sarei, quindi, tentato di chiuderla qui.

Ma quello dell’identità del Pd, e del suo rapporto con le tradizioni che l’hanno generato, è un tema cruciale. Da questa angolatura le primarie – lo ripeto da tempo – costituiranno una tappa determinante per l’evoluzione del centrosinistra italiano.

I candidati hanno i piedi ben piantati nei due principali filoni politico-culturali che hanno fondato il centrosinistra della Seconda repubblica e, a partire dal 2007, il Partito democratico. Tuttavia, nessuno fa della propria passata appartenenza il fulcro della proposta ideale che offre agli elettori del centrosinistra.

Al contrario, questa esperienza contribuirà a far sì che il Pd – che è qualcosa di nuovo e di profondamente diverso rispetto a quelle tradizioni, pur naturalmente rispettabili – acquisisca la sua definitiva centralità nel paese, in primo luogo attraverso l’apertura e la partecipazione. Con le primarie dimostriamo di prendere atto, concretamente, della delegittimazione della politica e della necessità di una catarsi.

Con le primarie, le prime nazionali veramente contendibili, riconsegniamo ai cittadini la sovranità. Ed è stata una scelta coraggiosa – non facile, né scontata – quella che ha indotto Bersani a mettere in discussione se stesso e la propria posizione, ribadendo che, oggi più che mai, non possiamo non porci direttamente di fronte allo scrutinio degli elettori e dei militanti. E’, a ben vedere, per le stesse ragioni che possiamo e dobbiamo lavorare fino alla fine per cambiare la legge elettorale. Queste sono le priorità più urgenti: restituire decoro, rappresentanza, autorevolezza a una politica schiacciata tra il populismo e la tecnocrazia.

Pensare di perseguire un obiettivo così ambizioso appellandosi solo alle proprie radici, quali che siano, significa condannarsi al fallimento, oltreché deviare definitivamente dall’intuizione stessa dell’Ulivo e del Pd. Ad entrambi questi progetti la storia del cattolicesimo democratico ha dato un contributo nobilissimo.

Oggi, insieme con tutti i democratici, possiamo continuare a farlo, concorrendo a rianimare l’agonizzante politica italiana in nome dell’interesse generale della nostra comunità. E’ un compito da poco? Mettere l’Italia prima di tutto non è all’altezza delle nostro storie? Perché mai dobbiamo essere diversi dalla Francia e dalla Germania dove la politica non difetta comunque di competenza, credibilità, rappresentatività? Perché, solo da noI, l’alternativa deve essere tra populismo e tecnocrazia? Gli interrogativi intorno ai quali, adesso, dobbiamo partire, per quanto essenziali, sono a mio parere principalmente questi. Sono cresciuto alla scuola di Beniamino Andreatta che amava richiamare il parallelismo tra le politiche e la politica, attribuendo alle prime il ruolo di dare corpo e sostanza alla seconda.

Oggi, nel pieno della peggiore crisi che le nostre generazioni abbiano mai vissuto e al cospetto di un collasso vero e proprio del sistema della rappresentanza pubblica italiana, l’equazione si è fatta ancor più intricata e complessa. E solo tornando a fare della politica un’attività alta e degna – quella, dopo tutto, che ti dà la possibilità di cambiare la società e di renderla migliore – si potranno approntare politiche in grado di fornire soluzioni di lungo periodo ai gravissimi problemi sociali ed economici che attanagliano famiglie e imprese.

Commenti

Lascia il tuo commento

Lascia il tuo commento