Letta: «Merkel ha ragione, basta zavorre. E Roma deve stare nella locomotiva dei Paesi fondatori»

Intervista di Paolo Valentino a Enrico Letta per il Corriere della Sera del 5 febbraio 2016

letta merkel«Che Angela Merkel rilanci l’Europa a diverse velocità è un fatto importante, una mossa utile e coraggiosa. La buona notizia è che la proposta venga dalla Germania, il Paese fin qui più immobilista, quello che non voleva toccare nulla e ora invece si muove per la prima volta in una logica di discontinuità. Berlino sembra capire che la mera difesa dell’esistente porta alla distruzione di tutto. La Brexit e Donald Trump costituiscono una doppia minaccia esterna esistenziale e l’Europa deve cambiare passo e direzione». Al telefono da Parigi, dove dal 2015, dopo le dimissioni dal Parlamento, dirige la Scuola di Affari Internazionali a Sciences Po, Enrico Letta ha un tono sollevato. L’idea di un’Europa à la carte è una sua vecchia conoscenza: l’ex premier ne parlò per la prima volta nel 1996, in un libro profetico: Passaggio a Nord-Est, l’Europa tra geometrie variabili, cerchi concentrici e velocità differenziate. Vent’anni dopo, diventato nel frattempo presidente dell’Istituto Jacques Delors, Letta non ha cambiato idea e il tema torna insieme ad altri nel suo nuovo lavoro, che il Mulino pubblicherà a fine marzo con il titolo Contro venti e maree: idee sull’Europa e sull’Italia.

Il rilancio della cancelliera Merkel può dare nuovo significato al vertice europeo del 25 marzo a Roma, per il sessantesimo anniversario dei Trattati?
«Sicuramente. Il vertice rischiava di diventare solo una cerimonia celebrativa. Questo passo può invece farlo diventare importante quanto lo fu quello del 1957, che non si svolse a Roma per caso ma perché c’era bisogno di uscire dal semplice asse franco-tedesco, dopo la bocciatura della Comunità europea di Difesa. I veri protagonisti dei Trattati di Roma furono infatti il Benelux e l’Italia. È un marchio di fabbrica fondamentale anche per il nostro ruolo odierno: l’Italia è il cuore dell’Europa e il 25 marzo può essere un appuntamento di svolta».

Quale deve essere il ruolo dell’Italia?
«Deve giocare da protagonista come allora. È una nuova sfida perché dobbiamo stare nel convoglio più veloce, meritarci il ruolo di locomotiva insieme ai Paesi fondatori».

Lo stiamo facendo?
«È evidente che la confusione, l’incertezza politica che stiamo raccontando all’esterno non aiuta. L’idea che l’Italia sia un Paese nel quale non si sa bene in prospettiva chi comandi, dove l’instabilità istituzionale sia strutturale, è un grave handicap. Dobbiamo fare una grossa analisi di coscienza collettiva e capire che siamo nuovamente in una fase dove si riscrivono le classifiche. In passato abbiamo sempre azzeccato questi passaggi: nel 1957 quando fummo tra i primi sei e ancora negli Anni 90, quando entrammo nel gruppo di testa dell’Euro. Il passaggio di oggi è altrettanto difficile e non possiamo permetterci di sbagliare. Devo anche dire che ho apprezzato il modo in cui Paolo Gentiloni ha mosso i primi passi nella Ue».

Perché servono le velocità differenziate?
«Perché altrimenti finiremmo per produrre una serie di alibi, zavorre e ostacoli, dove a dettare la velocità del convoglio è il vagone più lento».

Non c’è il pericolo che con le diverse velocità prevalga la frammentazione, che ognuno si senta legittimato a fare scelte nazionali?
«È un punto chiave e per questo è necessario organizzare le diverse velocità con molti ponti e passerelle da un gruppo all’altro. Io credo però che il vero rischio sia quello di imbarcarci in una discussione politico-istituzionale che allontani i cittadini dal cuore della questione europea. Invece dobbiamo rispondere a due bisogni essenziali: la sicurezza collettiva e il benessere. Altrimenti sarebbero facilmente attratti dalle sirene sovraniste».

Quali sono le risposte concrete?
«L’Fbi europeo per combattere il terrorismo. La creazione di una vera difesa comune perché è chiaro che non saranno più gli americani a garantire la nostra sicurezza. Poi la polizia di frontiera della Ue per gestire insieme la questione migratoria. Al capitolo benessere, io vedo indispensabile uno scambio tra solidarietà e responsabilità. Quindi da un lato la trasformazione del Fondo salva Stati, l’Esm, in un vero Fondo monetario europeo, in grado di intervenire in tempi rapidi quando c’è un problema in un Paese membro. Dall’altro una maggiore capacità di controllare e aiutare i bilanci pubblici. Non possiamo fare la polemica sull’avanzo tedesco se abbiamo deficit non motivati. Bisogna avere i conti a posto per essere credibili. Ma più importante di tutti è il braccio armato degli investimenti. Il Piano Juncker è solo un embrione, che pure comincia a far vedere i primi successi e l’Italia lo sta usando bene. Ma penso che bisognerebbe rendere gli investimenti strumento permanente del bilancio europeo. E questa deve essere una battaglia italiana. Sbaglieremmo se continuassimo a presentarci come quelli che vogliono fare più debiti, dobbiamo essere invece gli alfieri di una nuova Europa, che si lancia in una stagione di investimenti comuni».

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