Letta: “Voterò sì al referendum sulla Costituzione”

Colloquio con Francesca Schianchi, La Stampa, 12 aprile 2016costituzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli stessi minuti in cui, a Montecitorio, il premier Renzi si alza in piedi per parlare all’Aula semivuota, a 1500 chilometri da Roma, al primo piano di un antico palazzo nel cuore della Parigi universitaria, il suo predecessore Enrico Letta siede dietro a una grande scrivania ingombra di carte. Una cartina del mondo alla parete, il primo sole della giornata che invade il piccolo ufficio dopo ore di pioggia, Letta sorride in maniche di camicia: «Trovo sia un fatto positivo che si stia arrivando al completamento della riforma del bicameralismo. Si è sempre guardato al bicameralismo come a un problema delle istituzioni: il fatto che, tra mille difficoltà, pur con una riforma perfettibile, si sia riusciti a cambiare, è positivo». Abbastanza da farlo propendere per il sì al referendum di ottobre: «Penso che voterò a favore. Ci sono tante cose che non condivido in quella riforma, ma i referendum sono sul merito, e questo testo è comunque meglio della situazione esistente».

Mentre a Roma la politica dibatte tra polemiche e inchieste, Letta festeggia il suo primo anno da professore di Sciences Po, istituzione della capitale francese frequentata solo per il 30 per cento da studenti francesi e per il resto da stranieri. La settimana scorsa è stato insignito dalla prestigiosa Legione d’onore; tra poco partirà per due settimane di lezioni a Shanghai e Seul. «È un’esperienza fantastica», racconta.

Mai pentito di aver lasciato il Parlamento? «Mai. Sto facendo politica anche qui, col mio lavoro. Sto lavorando al tema delle migrazioni: l’idea è quella di creare un centro europeo che ragioni sulle migrazioni unendo approcci diversi. Porterò la mia esperienza di Lampedusa e Mare Nostrum. Ora l’Austria parla di costruire un muro al Brennero, pazzesco, in Europa sta tornando il buio dei muri. E la logica della politica è quello della toppa: anche l’accordo con la Turchia è una toppa, senza strategia». Temi politici, ma da trattare da qui, senza nessuna tentazione di tornare: «Ho preso un impegno qui, e lo porto avanti». In Italia ci torna di tanto in tanto: la prossima volta sarà domenica, il 17 aprile, per votare al referendum sulle trivelle: «Torno apposta per votare e voto no. È assolutamente sbagliato fare propaganda per l’astensione. Quella la fece Craxi a suo tempo. Un grande partito deve entrare nel merito: io, nel merito, non sono convinto, e voto no».

Un grande partito come il Pd, sottinteso, il partito a cui lui è sempre iscritto «anche se ora guardo le cose con più distacco». Ma di cui non cita mai il segretario: nei giorni scorsi, Renzi ha accostato la vicenda che coinvolse l’allora ministro Cancellieri con quella della Guidi, per dire che oggi ci si dimette, prima no. «Avrei mille cose da dire, ma non voglio farlo – si morde la lingua l’ex premier – Gli italiani sanno benissimo che il problema non è una telefonata ma il merito delle cose». E a chiedergli un commento su questa nuova, arrembante classe dirigente glissa, o forse no, quando sottolinea «che i miei studenti mi riempiono d’ottimismo. Sono una generazione migliore di noi che non bisogna sciupare». Sono loro, dice, che sono «straordinari» in mezzo «al degrado dei comportamenti a cui si assiste». Straordinari e impauriti, dopo gli attentati di novembre: «Qui tutti hanno perso un amico al Bataclan». E allora, per il professor Letta, si è reso necessario anche fare qualcosa «che mai avrei immaginato di dover fare: aiutarli nel recupero psicologico e convincerli a non lasciare Parigi».

 

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