Il decennio perduto

Articolo di Enrico pubblicato su «Il Riformista» martedì 9 novembre

Si chiude un’epoca. E forse se ne apre un’altra. Tanti sono gli impegni, tante le cautele, tante le speranze che abbiamo dinanzi. Da un dato, però, non possiamo prescindere: ogni ragionamento che da oggi porteremo avanti sull’Italia del futuro dovrà necessariamente partire dal «teorema del decennio perduto». Altre definizioni sembrano, in effetti, non essere sufficienti a descrivere gli effetti dei dati cumulati della crescita del nostro Paese per il periodo 2000-2010. Dati elaborati su numeri del Fondo Monetario Internazionale che mettono, nero su bianco, un’evidenza incontestabile: su 180 Stati del mondo l’Italia è al 179° posto. Siamo di fatto ultimi, fatta eccezione per Haiti che è formalmente il centottantesimo Paese della lista per via del terremoto e delle sue ripercussioni economiche, sociali e umanitarie. Ultimi, dunque. Con una crescita, in dieci anni, del 2,43%. In sintesi non ci siamo mossi: fermi al 2000. Ben altre le performance dei Paesi del G8: Usa, UK e Francia in testa, rispettivamente con il 17, il 15 e il 12 per cento di crescita.

È prevedibile che la presentazione di questi dati scateni in Italia, com’è avvenuto puntualmente negli anni scorsi, i soliti sterili dibattiti sul pessimismo o sul fatto che tutto sia correlato alla crisi economica globale. A me sembra, al contrario, che davvero non si possano più ignorare questi numeri, perché non si tratta, stavolta, di evidenze episodiche o riconducibili a letture partigiane di stretta polemica politica. Sono dati che investono un intero decennio e che indicano una tendenza, ahinoi, chiara. Così il nostro essere fermi al 2000 è un fatto non opinabile che, in quanto tale, non può essere oggetto di dibattito, distinguo o obiezioni. La crisi c’è stata per tutti.  E non possono bastare, a sollevarci il morale, le argomentazioni edulcorate di chi tira in ballo le perfomance non buone di Giappone e Germania, le due grandi potenze industriali che, pur essendo anch’esse  in fondo alla classifica, raggiungono dati di crescita, cumulata sul decennio, comunque tre volte superiori al nostro.

Il problema è drammatico, va oltre le schermaglie dialettiche di parte e riguarda ciascuno di noi. Riguarda, certo, chi governa e ha governato il Paese per buona parte del decennio. Ma riguarda tutte le forze politiche, le rappresentanze economiche e sociali, i media, il mondo della cultura. Insomma, la questione investe tutti i cittadini italiani. Quelli, soprattutto, che non si rassegnano ad andare avanti per forza di inerzia, calcolando quanta argenteria ci sia ancora da vendere prima di dover fare i conti con la realtà.

Il dato del «decennio perduto» si lega strettamente alla mission dell’Italia nel mondo e forse di queste considerazioni dovremo «riempire» il confronto pubblico che accompagna le celebrazioni  per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia, come il Presidente Napolitano ci invita autorevolmente a fare. Aprire una discussione del genere significa porre da una parte la questione delle riforme non fatte e, dall’altra, quella di una società vecchia e «senza fame». Entrambi i temi sembrano accomunarci al Giappone, l’altra grande economia malata del mondo occidentale. Occorrono riforme che  incidano sulle sacche di inefficienza e di privilegio da cui il nostro sistema è ancora affetto.  E occorrono immissioni di dinamismo in una società che va «shakerata» con forza per renderla nuovamente capace di innovare e non solo buona a consumare ciò che prima di noi in Italia è stato creato. Tutto questo indica che la conservazione non è più accettabile e che l’impegno per il cambiamento deve diventare centrale. Perché un decennio cosi negativo, nella storia dell’Italia repubblicana, non l’abbiamo mai vissuto. Perché non possiamo più far finta di niente.

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