Londra mima Brexit: prova di forza o gioco d’azzardo?

euwargames lettaLeonardo Maisano per Il Sole 24 Ore del 26 gennaio 2016

Fuori fa freddo, molto freddo. Il brivido glaciale dell’addio va in scena alla Brewery, locale sprofondato nella City, dove in mattinata ex premier, ex ministri ed ex commissari mimano la trattativa anglo-europea per evitare Brexit. E poi, nel pomeriggio, raddoppiano con il negoziato che seguirà in caso di uscita di Londra – per accomodare nelle vicinanze dell’Ue quel che resterà del Regno.

L’esito del primo atto è segnato dalla preoccupazione del pubblico: due terzi dopo aver ascoltato le posizioni dei “negoziatori” credono che la trattativa sia in peggioramento, trascinata in basso da due dei quattro punti sollevati dal governo di David Cameron. Se sovranità dei parlamenti nazionali e competitività sono, infatti, passaggi più agevoli, la libera circolazione dei cittadini europei e correlato welfare insieme con i rapporti fra i Paesi dell’Eurozona e quelli fuori dalla moneta comune sono ostacoli ancora molto alti. La tavola rotonda ideata dal think tank Open Europe ha visto accomodati Enrico Letta, l’ex ministro degli esteri spagnolo Ana Palacio, Noelle Lenoir ex ministro affari europei francese, l’ex vice ministro delle finanze tedesco Steffen Kampeter, l’ex premier irlandese John Bruton, l’ex ministro delle finanze polacche Leszek Balcerowicz, al fianco di un rappresentante della Commissione, di un olandese, una svedese e del moderatore, americano. Tutti uniti per misurare la capacità di Malcolm Rifkind, già ministro di Margaret Thatcher impegnato nella prima trattativa e di Lord Lamont ex Cancelliere dello Scacchiere chiamato a simulare il negoziato Londra-Bruxelles dopo la Brexit.

È stato Enrico Letta a chiarire i termini di quello che verrà. «Il Regno Unito deve sapere che o è dentro o è fuori, non c’è zona grigia dove Londra possa scegliere nel paniere d’Europa quello che preferisce». Parole che lo hanno indotto a ribadire il quadro di fondo dell’Unione futura, composto da due cerchi. Un nocciolo duro deciso ad approfondire l’integrazione e uno, più largo, che ospiterà i meno ambiziosi. In attesa di allora resta la pratica più urgente: il deal che Cameron strapperà e sottoporrà a referendum. Con lapsus degno di Sigmund Freud sotto la voce immigrazione i negoziatori inglesi – quelli veri – mettono anche la libera circolazione dei cittadini Ue e la cosa è stigmatizzata dai partner. Imporre a lavoratori Ue che pagano le stesse tasse welfare e assegni familiari diversi è violazione del mercato interno. Il consenso è unanime e Malcolm Rifkind è in difficoltà. Un po’ meno quando chiede salvaguardie per i membri del mercato unico che non adottano l’euro.«Se i Paesi a divisa comune si accordano – si lamenta -saremo messi in costante minoranza». L’sos ha senso, ma le tutele non possono servire solo alla City: il negoziato promette di farsi impervio. E questo, a nostro avviso, il passaggio più delicato della trattativa.

Semplice invece lo scenario del dopo Brexit. Attorno al Regno si ergerà un muro. Nessuno darà priorità alle ragioni e ai bisogni di Londra. D’improvviso il Regno di Elisabetta si troverà fuori dai meccanismi europei a balbettare dell’arcadia svizzera e norvegese o di una immaginaria Singapore senza rendersi conto di essersi esiliato dall’Europa e dal percorso che l’Europa ha mosso negli ultimi decenni.

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