Nessuna visione per lo sviluppo Berlusconi vada via

Intervista di Enrico rilasciata a Bianca Di Giovanni, pubblicata su l’Unità di martedì 12 aprile

«Con il populismo non si governa». Enrico Letta parte da qui, dagli slogan contro «un colpevole sempre diverso da me», dagli alibi che non producono nessuna scelta, nessuna politica economica, per diagnosticare il fallimento del governo con le imprese. «Non sono più credibili – dichiara – Dopo l’annuncio della scossa, dopo la lettera al Corsera in cui si chiedeva all’opposizione un impegno bipartisan per la crescita, non è seguito nulla. Eppure noi la nostra parte l’abbiamo fatta». Non è una questione di essere più o meno liberali, di non volere l’intervento dello Stato. «Loro lo vogliono eccome, solo che in modo sbagliato. Si pensi al protezionismo su Parmalat». Oggi, poi, gli ultimi due scivoloni: lo show di Silvio Berlusconi davanti a Palazzo di giustizia, e l’attacco contro l’Ue di Roberto Maroni. «In Europa siamo già isolati – commenta Letta da Milano, dove presenta con Stefano Boeri le proposte Pd sul commercio – Per gli altri leader è una vergogna anche farsi fotografare con Berlusconi. Certamente questo pesa anche sull’economia. La soluzione? Cambiare premier. Berlusconi non può restare».

Secondo lei Marcegaglia attacca più Berlusconi o Tremonti?

«Non ho dubbi che l’attacco sia a Berlusconi, perché è di tutta evidenza che in Italia la politica economica è esclusivamente quella di finanza pubblica. Il cui rigore, voglio dirlo, io condivido. Manca del tutto, però, la politica per lo sviluppo. Tant’è che quel ministero è rimasto per un anno senza ministro, e quando poi è stato nominato aveva perso molte competenze e anche molti fondi».

Romani replica che il clima ai tavoli con le imprese non è quello descritto da Marcegaglia.

Il problema è la politica. Manca una politica economica d’attacco, che dia un’idea agli imprenditori di un progetto Paese, di una missione per l’Italia. Il governo ha un atteggiamento declinista, che tende o a nascondere o a ritardare gli eventi. Ma non crede al rilancio».

L’opposizione ha una sua formula?

«Certo, e l’abbiamo anche inviata al governo. I pilastri sono tre. Primo: costruire poli industriali su scala globale, aiutare le imprese a crescere. È di pochi giorni fa una mia interpellanza su Snam rete gas: si dovrebbe scorporare dall’Eni e fondere con Terna. Si creerebbe un polo di reti dell’energia che sarebbe il più grande player in Europa, in grado di fare shopping. Questa è politica d’attacco. Il secondo pilastro sono le liberalizzazioni, l’apertura dei mercati protetti. Questo governo è andato in direzione opposta. Il terzo per noi è la riforma fiscale sullo schema 20-20-20. Parallelamente c’è il piano perla stabilizzazione dei lavoratori, che aiuterebbe i giovani».

Scusi ma su Snam perché la separazione non l’ha fatta lei?

«Noi abbiamo fatto la separazione societaria. Oggi i tempi sono maturi per fare il passo successivo».

Marchionne dice di essere stato lasciato solo. Ma non dal governo. Ce l’ha con Confindustria?

«Quella è una vicenda tutta particolare, che io staccherei dalle altre. Quanto a Confindustria, non voglio entrare nei rapporti interni. In ogni caso il malessere coinvolge soprattutto le medio-piccole. Si ha l’impressione di una mancanza di visione, di un premier che guarda a un eterno “suo” presente».

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