Non mi candido ma non si vince sulle macerie

montecitorioLettera a La Stampa del 30 aprile 2015

Caro Direttore,
in questi giorni di polemiche accese sull’Italicum, alcuni sostenitori della sua approvazione – tra i quali Marcello Sorgi su La Stampa di ieri – hanno provato a rintracciare una vincolante continuità tra il disegno di legge e i lavori della Commissione per le riforme guidata dal ministro Quagliariello nel governo da me presieduto. Approfitto della sua ospitalità per affermarlo con chiarezza: è un tentativo strumentale e non corretto nella sostanza.

È vero: tra i vari suggerimenti lasciati agli atti dalla Commissione ci sono aspetti, anche rilevanti, oggi rintracciabili nel testo. Lo ritengo un elemento positivo, che tra l’altro testimonia la ricchezza di quella iniziativa, da taluni allora bistrattata. Tuttavia, ve ne sono numerosi altri che in nulla possono essere ricondotti all’Italicum.

È naturale: la Commissione era un «luogo libero». Esperti e studiosi vi si confrontavano in piena autonomia, dissentendo o convergendo su singoli temi. Tra questo esercizio consultivo e quello legislativo la differenza è netta. Da un lato, c’è infatti la presentazione di un ventaglio di proposte da parte di eminenti costituzionalisti. Dall’altro, c’è la funzione di discussione e approvazione di una legge elettorale da parte del Parlamento, espressione massima della sovranità popolare. Quest’ultimo avrebbe potuto avvalersi o non avvalersi, nell’ambito della propria potestà, di quei suggerimenti. Perché esso non è un’assise di esperti che trattano questioni teoriche. È l’istituzione solenne nella quale soggetti titolati dai cittadini a rappresentarli assumono decisioni dirimenti per il Paese. La distinzione – a mio giudizio elementare – rende evidente quanto capzioso sia lo sforzo di rinvenire vincoli tra due piani non sovrapponibili.

Vi è, inoltre, un argomento più generale che, per quanto mi riguarda, chiude la discussione, a meno che non s’intenda trasferire un così complesso dibattito sul terreno dello scontro tra opposte tifoserie. Cosa che non voglio immaginare la Stampa abbia intenzione di fare. È la questione che riguarda il metodo di approvazione della legge elettorale e la qualità della nostra democrazia rappresentativa. Ho cercato di svilupparla nel mio libro a partire dalla suggestione scelta per il titolo. Per «andare lontano» bisogna «andare insieme». Vale nella vita delle persone. Vale nella vita delle comunità democratiche. Ho quindi, naturalmente, deciso di far derivare da questa idea virtuosa di «insieme» il comportamento parlamentare sull’Italicum, che traduce la mia profonda contrarietà rispetto alla scelta del governo di porre la fiducia sulla principale legge che investe le istituzioni e le regole comuni.

Una legge così delicata come quella elettorale deve essere sottratta «al capriccio o all’abuso delle maggioranze occasionali». Lo si legge, peraltro, proprio nella Relazione finale della Commissione Quagliariello. E qui non si tratta di una singola soluzione proposta da uno o più studiosi, ma dell’ispirazione e del senso politico stesso di quella esperienza. Se disconoscessi questo, allora sì che sarei in contraddizione con un’iniziativa promossa dal quel governo, oltreché con le mie più radicate convinzioni.

Quello sull’Italicum per me sarà tra gli ultimi atti da parlamentare, forse uno dei più sofferti. Come più volte ho ribadito, tuttavia, le dimissioni dal Parlamento, per perseguire una scelta professionale, non sono certo un abbandono della passione politica che mi ha genuinamente mosso fin da ragazzo. E proprio questa passione mi spinge a ricordare che già una volta, nella storia recente, in Italia la legge elettorale è stata imposta da una maggioranza di governo contro tutte le opposizioni presenti in Parlamento e nel Paese. Il risultato è stato il Porcellum. Con la vergogna delle liste bloccate e una degenerazione della rappresentanza che paghiamo a caro prezzo.

Oggi l’apposizione della fiducia sulle regole comuni della democrazia è una forzatura ulteriore. Anche il parallelismo con la controversa vicenda della legge elettorale del ’53 non porta argomenti a favore dei sostenitori della decisione di approvare in questo modo l’Italicum. Anzitutto, allora si riconosceva il premio di maggioranza a chi avesse raggiunto il 50% dei consensi. In secondo luogo, anche in quella circostanza – come col Porcellum e com’è normale accada quando le regole del gioco sono adottate da una esigua maggioranza – la legge fu abrogata dopo poco tempo. Si tratta, dunque, di un esempio che conferma la mia idea: la volontà del capo del governo e del Pd di far approvare la legge elettorale in solitudine, contro tutte le opposizioni esterne e contro una parte del proprio partito, è un errore.

Infine, una notazione personale. Non ho doppi fini, né mi candido a nulla. Affermo solo, con tutta la libertà intellettuale di cui sono capace, che chi ha responsabilità di guida, soprattutto su questioni che riguardano le regole condivise, deve in primo luogo convincere e coinvolgere. Così vince davvero. Altrimenti, vince sulle macerie. La democrazia italiana ha valori e anticorpi più forti di quanto non immaginiamo. E non c’è una sola importante conquista della nostra intera storia unitaria che sia stata raggiunta a colpi di forzature e personalismi. Andiamo lontano solo quando riscopriamo il coraggio e la capacità di farlo attraverso un grande sforzo collettivo. Andiamo lontano solo quando andiamo davvero «insieme».

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