Non sarà un altro 25 luglio

Intervista rilasciata da Enrico a Carlo Bertini, pubblicata su «La Stampa» di martedì 2 novembre.

«Noi in questo momento dobbiamo fare ogni sforzo per evitare che la possibile caduta di Berlusconi finisca solo con un rimescolamento di carte nel centrodestra che ricordi il 25 luglio, quando il Gran Consiglio defenestrò il Duce ma la guerra andò avanti. Quindi aspettiamo di vedere le mosse di Fini, che saranno determinanti anche per i rapporti con Casini e la nascita eventuale di un terzo polo». Mentre dal Pdl giunge un ultimatum a Fini e dal premier un nuovo invito all’Udc ad appoggiare il suo governo, Enrico Letta spiega così il pressing lanciato da Bersani affinché il presidente della Camera invece stacchi subito la spina. I vertici del Pd non nascondono che il caso Ruby ha preso in contropiede tutti e anche i finiani, che avrebbero preferito rinviare il redde rationem per non votare in primavera. Ma i Democratici vogliono evitare di portare acqua al mulino di un progetto impervio, casomai accarezzato dalla terza carica dello Stato, invitandolo a metter da parte i tatticismi, perché «questa vicenda – dice Letta – è molto grave e ora Fini deve passare dalle parole ai fatti».

Quindi cosa aspettate a presentare una mozione di sfiducia al premier per stringere all’angolo il leader di Fli? «Perché vogliamo portare a casa il risultato. Dunque prima di infilarci in iniziative parlamentari di qualsiasi genere, bisogna che si sciolga il nodo politico e il nostro lavorio è proprio finalizzato a questo. Ogni cosa a suo tempo».

Temete in sostanza che i finiani si tirino indietro e votino contro una mozione che farebbe cadere il governo? «Io credo che se avverrà, la caduta di Berlusconi non dipenderà dal clima politico generale, ma su un fatto preciso che verrà verificato dalle indagini in corso: l’indebita pressione sulla Questura di Milano su cui Maroni dovrà chiarire in Parlamento. E i fatti, per come appaiono finora, dicono che stavolta il premier è in un cul de sac: malgrado i tentativi della sua guardia imperiale di difenderlo cercando di riprendere in mano la situazione con l’ultimatum a Fini, Berlusconi l’ha fatta troppo grossa».

E perché temete un 25 luglio? Credete davvero che il Cavaliere si faccia impallinare per far posto ad un nuovo premier di centrodestra? «Non so, ma certamente sarebbe la cosa peggiore per il Paese: dopo il decennio perduto 2000-2010, con l’Italia ultima di 180 Paesi per livello medio di crescita, prima di votare c’è bisogno subito di un governo di responsabilità nazionale aperto innanzitutto a Fini, ma anche alle personalità più sensate di Lega e Pdl».

Ma dalle parole di Bossi e Calderoli è evidente che la Lega voglia andare subito al voto. O no? «La Lega è in evidente stato confusionale. Dover coprire un gesto che rimette in libertà un’extracomunitaria, senza documenti e accusata di furto, per loro è una cosa pesante da digerire. E a Calderoli che evoca un golpe dico che non esistono governi tecnici: i governi sono sempre politici e lo sarebbe di certo l’esecutivo di responsabilità nazionale che noi auspichiamo. Sbaglia poi Maroni a coprire in modo eccessivo il premier, perché non può permettere che la Questura di Milano, avendo combinato quella notte un pasticcio per colpa di Berlusconi, esca da questa vicenda come una succursale di Arcore. E’ un insulto al lavoro rigoroso che migliaia di poliziotti fanno in ogni questura d’Italia».

Siete sicuri che la vostra base elettorale non vi punirebbe alle urne dopo aver dato vita ad un governo degli sconfitti? «E’ un passaggio necessario per uscire da questo pantano, per cambiare questa legge elettorale e per portare il Paese a votare in condizioni di garanzia per tutti».

Non è che avete bisogno di tempo per sistemare le cose in casa vostra? Fa bene Bersani ad andare al raduno dei rottamatori con Renzi e Civati? «Tutto ciò che serve a smussare gli angoli in questa fase va bene. Mi sembra poi che su queste vicende il Pd stia ritrovando una grande unità, come dimostrano anche le ultime dichiarazioni di Veltroni. Qui non è in gioco il destino del Pd e dei suoi dirigenti, ma il destino del Paese».

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