Non un’accusa ma un dato. Il nostro è il Sud peggiore

Articolo di Enrico, pubblicato su «La Sicilia» di giovedì 13 maggio.

Sud-Nord, meridionalismo da «struzzi», accuse di leghismo strisciante: ce n’è abbastanza per sorprendersi della sorpresa. Sì perché da giorni si è scatenata sul tema una tempesta mediatica, non solo nel Mezzogiorno, sulla base della mera divulgazione, da parte mia, di dati statistici ampiamente noti e nemmeno particolarmente nuovi. Dati condivisi dalla Fondazione Edison e confermati da ultimo anche da Svimez.

Facciamo anzitutto chiarezza. L’Italia è sempre più divisa in due. Nessun Paese europeo lo è altrettanto. Gli altri – Germania e Spagna, in particolare – hanno utilizzato le ingenti risorse europee dei Fondi Strutturali degli ultimi venti anni per ridurre la forbice tra i loro nord e i loro sud. Da noi questa forbice si è invece allargata. Il nord italiano è cresciuto e compete con la Baviera, l’Ile de France, la Catalogna. Al contrario, i sud tedesco e spagnolo superano di gran lunga le performance del nostro Mezzogiorno. O meglio distanziano soprattutto i nostri «sud più sud», cioè Campania, Sicilia e Calabria. Queste tre regioni – le prime due molto grandi e influenti sugli indicatori macro-economici nazionali – rispetto a vent’anni fa hanno assistito a un incremento della propria distanza (relativa, non assoluta) dal resto del Paese.

In molti hanno criticato queste mie affermazioni. Eppure, non si tratta, ahinoi, di valutazioni. Sono fatti. E prendersela con i fatti equivale, secondo me, a rompere il termometro che segnala le febbre anziché curare la malattia. Forse, allora, è preferibile spostare il dibattito sulle reazioni che possiamo attuare. Perché ha senso discutere di questi temi solo per trovare la forza di reagire, non certo per deprimersi, né tantomeno per inseguire la Lega su un terreno dialettico che non è il nostro e nel quale non ci rispecchiamo.

A mio avviso sono tre le reazioni possibili. La prima è, appunto, quella di utilizzare il divario che cresce per lamentarsi ulteriormente o per chiedere ancora di più allo Stato nazionale. È la reazione alla base di quella cultura del «piagnisteo» che alimenta da decenni assistenzialismo e divisioni e che fornisce l’alibi più sottile a chi semplicemente si rifiuta, in buona o in cattiva fede, di fare autocritica. Come se tutti i guai di Sicilia, Campania e Calabria fossero calati dal cielo. Come se a una parte della classe dirigente di queste regioni, di ogni orientamento politico, non fossero imputabili errori di prospettiva, lassismo, sperperi. In genere chi si accontenta di negare l’evidenza, ricorre all’espediente della conservazione dell’esistente pur di sopravvivere politicamente. È una tentazione forte – e purtroppo diffusa – che, anzitutto dentro il Partito Democratico, dobbiamo scongiurare con fermezza, accendendo i riflettori sul rischio che essa comporta affinché nessuno possa più nascondersi dietro il «meridionalismo da struzzi»  senza doverne pagare pegno.

La seconda reazione possibile è quella di trarre spunto da questi dati per affermare che «con il Sud e per il Sud non c’è più niente da fare». Tanto vale lasciar perdere, si sente ripetere. In quest’ottica vanno letti sia l’utilizzo spregiudicato da parte del governo in carica dei fondi FAS per coprire esigenze nazionali (e non più solo meridionali, come invece dovrebbe essere) sia una certa, approssimativa, idea di federalismo fiscale che tanti esponenti leghisti propinano al Nord. Raccontano, ad esempio, che con la riforma Veneto e Lombardia smetteranno finalmente di sacrificare un quinto della propria ricchezza per pagare le mancanze e le inefficienze del Sud. Niente di più falso e di più dannoso per la tenuta dell’unità del Paese. Va da sé che questa seconda impostazione mi sembra miope e tossica almeno tanto quanto la prima.

Infine, la terza reazione. Sono convinto – e lo ribadisco – che il Paese possa uscire dalla crisi solo se le nostre tre regioni più deboli, soprattutto Campania e Sicilia, cominceranno a muoversi a un’andatura simile a quella dei «Sud» degli altri grandi Paesi europei. Se, al contrario, continueranno a viaggiare a medie equiparabili (anzi inferiori) a quelle della Grecia come accade oggi, sarà necessario – per salvarci tutti come sistema Paese unito e coeso – che Lombardia, Veneto ed Emilia, al momento subito dietro la Baviera, forzino forsennatamente sull’acceleratore per arrivare a eguagliarla o addirittura a superarla. Tesi, questa, evidentemente irrealistica, che aprirebbe prospettive insostenibili perfino per l’economia settentrionale e che potrebbe rivelarsi oltremodo traumatica. Anche in questo caso è bene che il dibattito deflagri. Chi, al Nord, lavora in una simile direzione e auspica che una parte dell’Italia corra a briglia sciolte senza tener conto dell’equilibrio complessivo del Paese si assuma pubblicamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie parole e delle proprie azioni.

Perché è appunto da un’assunzione serissima di responsabilità – da parte della politica, ma anche da parte di chi alla politica accorda il proprio consenso – che dobbiamo partire. La responsabilità che serve per denunciare ciò che non funziona e ammettere che il dualismo territoriale – con tutto ciò che esso porta con sé in termini di sviluppo, legalità, competitività, coesione sociale – è la vera priorità dell’Italia che si accinge a celebrare l’anniversario della sua unificazione. E soprattutto la responsabilità indispensabile per proporre soluzioni e fare scelte di campo nette e orientate a un cambiamento vero delle sorti delle regioni del Mezzogiorno. Scelte come quelle assunte, con grande coraggio, da Confindustria Sicilia che ha deciso di non mettere la testa sotto la sabbia e di scommettere finalmente, con proposte concrete e comportamenti conseguenti, sul futuro della regione.

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