Ora siamo un partito, credibile e affidabile

Intervista rilasciata da Enrico a Francesco Indrizzi, pubblicata su l’Ago e il Filo del 5 giugno 2011

“È una vittoria brillante e limpida, uno spartiacque vero per quella costruzione dell’alternativa alla quale lavoriamo con fatica e convinzione da anni”. I numeri sono impietosi, 63 comuni al centrosinistra solo 18 al centrodestra, 3 a 2 per le opposizioni  è anche il risultato delle provinciali. All’indomani di questa tornata elettorale amministrativa, caricata di senso politico dallo stesso premier, è necessario fermarsi e riflettere su cosa riserverà il futuro, e  che cosa dovrà fare l’opposizione.

Che cosa significa questo risultato in prospettiva per il Partito Democratico?

Il PD si è affermato su scala nazionale come il motore dell’opposizione al berlusconismo declinante. Una centralità che è motivo di orgoglio e di responsabilità. Bisogna proseguire su questa strada, valorizzando l’enorme patrimonio di risorse e aspettative incassato e correggendo quello che ancora non funziona come dovrebbe, soprattutto al Sud.

Il risultato di Milano e Napoli è un punto di partenza. Ora bisognerà costruire un’alleanza in grado di non sfaldarsi sulla prima questione di politica estera o sulla prima finanziaria. Cosa deve fare il Pd?

Deve continuare a fare quello che sta facendo: lavorare pazientemente sui contenuti e sulla costruzione del programma, coinvolgendo tutti i livelli del partito e aprendosi quanto più possibile alla società. Servono aria fresca e creatività, serietà e competenza. Sulla riforma fiscale, sull’università, sulla ricerca, sul lavoro abbiamo proposte nuove e condivise. È un metodo che va applicato in tutti gli ambiti. A cominciare, certo, dalla politica estera. Su questo punto siamo stati molto netti: mai più governi ostaggio di veti incrociati e posizioni pregiudiziali. È il PD che dà le carte ed è il PD che tiene insieme la coalizione di centrosinistra.

C’è chi dice che a Milano ha vinto un candidato imposto da Vendola e a Napoli quello imposto da Di Pietro. È una vittoria dimezzata per il Pd?

Chi lo dice, banalmente, mistifica la realtà e non tiene conto dei numeri. Su 29 sindaci e presidenti di provincia vinti al ballottaggio 24 sono del PD, 2 di SEL, 1 dell’IDV e 1 di una lista civica, oltre a Macerata dove ha vinto un candidato dell’UDC sostenuto dal Partito Democratico. Nel primo turno in percentuale SEL e IDV insieme, mediamente, non sono arrivati all’8-9%. Le cifre parlano chiaro: siamo noi l’asse portante della coalizione.  Proprio a Milano lo straordinario risultato del partito dimostra che la semina c’è stata ed è stata produttiva: su 29 consiglieri della nuova maggioranza del sindaco Pisapia 20 sono del PD.  Napoli è un caso a sé stante, da cui dobbiamo trarre insegnamento senza alibi e senza attenuanti. Ha vinto il candidato che ha saputo interpretare la voglia di discontinuità di una città che desidera con tutta se stessa cambiare. È una lezione che non possiamo permetterci di trascurare. Così come non possiamo dimenticare mai che la buona amministrazione deve essere il nostro tratto distintivo. Se governiamo male la gente non ce lo perdona. Punto.

Secondo lei Bossi potrebbe staccare la spina a questo governo?

Potrebbe, ma almeno per ora prenderà tempo. La Lega esce con le ossa rotte, una ‘sberla’ in faccia bella e buona, per citare Maroni.  L’onda verde che tutti prevedevano si è rivelata un rivoletto. C’è stato, al contrario, un reflusso senza precedenti del consenso leghista. Di certo Bossi non potrà continuare a lungo a tenere la testa sotto la sabbia, anche perché tanto la base quanto i dirigenti di punta del partito gli chiedono un cambio di passo.

Il nodo delle alleanze, discorso vecchi ma quanto mai attuale: sarà possibile far convivere PD, Di Pietro, Vendola e almeno e i centristi del Terzo Polo?

L’ho detto in queste ore e lo ripeto: l’effetto valanga che si è abbattuto su Berlusconi impone per la transizione scelte coraggiose che fino a qualche tempo fa sembravano impraticabili. Gli elettori ci hanno detto con grande forza che, per uscire da questo ventennio di degenerazioni e declino, dobbiamo mettere insieme un governo tripartito che tenga insieme SEL, Di Pietro e i centristi. Non sono ‘logiche di Palazzo’, è quello che ci chiede il Paese.

Questo risultato secondo lei tranquillizza o spaventa di più l’area dei moderati all’interno del Partito Democratico?

Evidentemente spaventa chi, con troppa fretta e troppa poca fiducia, mette in discussione un giorno sì e un altro no il progetto originario del Partito Democratico. Noi non abbiamo creato, col bilancino, un partito bicefalo espressione, in percentuali variabili, dei progressisti e dei moderati. Noi molto semplicemente stiamo facendo un’altra cosa: stiamo provando a costruire una grande forza popolare, un partito “credibile, affidabile e praticabile” per riprendere la triade giolittiana recentemente ricordata dal capo dello Stato. In questa prospettiva per i moderati si aprono, dentro il centrosinistra, praterie libere in termini di proposizione di contenuti riformisti. A patto, naturalmente, di saperle occupare con idee forti, innovative e aliene da ogni tentazione conservatrice.

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