“Partiti ridotti a scatole vuote dove fregare gli altri è un valore”

sdpFrancesca Schianchi, La Stampa, 15 marzo 2017

«Comprendo il senso di estraneità nei cittadini quando osservano i partiti ridotti a mera cassa di risonanza del capo, a luogo in cui i seguaci del leader si acconciano a ottenere i loro piccoli o grandi vantaggi personali rinunciando a esprimere le proprie convinzioni». Il discorso è alto, riguarda l’Europa, le sue leadership, il populismo «alibi perfetto dell’establishment per sottrarsi alle proprie responsabilità»: ma è difficile credere che, mentre scriveva queste parole, nel suo libro in uscita domani «Contro venti e maree, Idee sull’Europa e sull’Italia» (Il Mulino), l’ex premier Enrico Letta non abbia pensato al suo partito e al segretario uscente e ricandidato, al Pd di Renzi. «Ho sempre creduto che il partito politico consentisse di superare i limiti egoistici dell’“Io”» a favore del «Noi», scrive riprendendo involontariamente un refrain del weekend del Lingotto renziano, e invece si trova a osservare «partiti adulterati, resi scatole vuote» dove «fregare gli altri membri della propria comunità sembra un valore».

È uno dei pochi cenni autobiografici, al suo «essere sbalzato di colpo da Palazzo Chigi», in questa riflessione su un’Europa da cambiare per salvarla, fatta da un europeista convinto – cresciuto a Strasburgo «sulla frontiera tra Francia e Germania» – e nata «all’alba di due mattine», quella della Brexit e quella dell’elezione di Trump. Una conversazione col giornalista francese Sébastien Maillard – presto tradotta anche in Francia, Spagna e Germania – che tratteggia un’idea di politica e leadership opposta a quella del suo successore al governo.

Una politica da costruire attorno ai partiti e non alle «avventure individuali» – condizione essenziale per «tenere i piedi per terra» – rifuggendo dall’uomo forte che «non fa altro che suscitare false speranze»: «I nostri – predica – sono i tempi delle coalizioni, non dell’uomo singolo; del team, non del grande talento solitario». In un tempo in cui si discute di partiti pronti a correre da soli, lui fa l’elogio delle coalizioni, «purché non si cada negli eccessi che tante volte abbiamo vissuto in Italia», perché «la coalizione in sé vuol dire condivisione di responsabilità, assunzione di impegni di lungo periodo. E gioco di squadra».

Da Parigi, dove da due anni insegna alla prestigiosa Sciences Po, osserva la situazione del nostro Paese costellando qua e là il libro di critiche al governo che lo ha succeduto, alla riforma scolastica che ha «stremato la scuola italiana», all’opportunità «che purtroppo non è stata colta» data da Draghi e dalla Bce all’Italia («c’è da chiedersi in quale situazione migliore ci saremmo potuti oggi trovare se si fosse usato con saggezza quel bonus europeo»), alla decisione di porre fine all’operazione Mare Nostrum, «sicuramente per tenere a bada l’opinione pubblica». A Renzi che «guadagna voti criticando Merkel, e lo fa volentieri». E soprattutto al referendum costituzionale, strumento sbagliato («semplifica problemi complessi con una risposta binaria») che serviva all’allora premier «per ottenere finalmente quella legittimità elettorale che per note ragioni gli mancava». Solo su una cosa è d’accordo con Renzi: «Prima di rinnovare la seconda parte della Costituzione passeranno lunghe stagioni».

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