Prima il progetto, poi le alleanze

Articolo di Enrico, pubblicato su «Europa» di mercoledì 7 aprile.

La discussione è appena cominciata. In tanti si adoperano ad attribuire o scansare responsabilità e a discutere di sconfitte, vittorie e prospettive. Penso sia più utile isolare i due punti fermi non discutibili che escono dal voto. Tanti altri ce ne possono essere, ma finiscono per generare dibattiti infiniti, divisioni tra di noi e personalismi su chi è stato più bravo tra i leader di questi anni. Siccome siamo ancora, tutti, sott’acqua, credo più saggio che ognuno di noi provi a contribuire a come si esce da questa lunga quaresima. Della quale a differenza del tempo liturgico appena passato non si intravede la fine.

Due lezioni mi paiono quindi nitide e inequivocabili. La prima è che il centrodestra sarà nel 2013 ancora a guida berlusconiana.
Non era scontato qualche mese fa. Anzi, minato dagli scandali, sembrava a molti che Berlusconi fosse quello che per altri versi negli Stati Uniti definiscono un presidente “anatra zoppa”. E la discussione sulla successione aveva preso definitivamente piede. Con questo stesso argomento l’Udc ha preferito non rompere gli ultimi ormeggi nei confronti dell’area di centrodestra. E lo stesso Fini ha strappato senza mai rompere. Con l’idea che la guerra di successione ormai iniziata obbligasse a stare comunque nel perimetro ereditario.

Ebbene, il voto riconsegna un centrodestra berlusconiano forte del nuovo asse con la Lega vincente. L’intervista di Maroni sul Corriere di ieri sul modello semi-presidenziale alla francese è la dimostrazione di questo asse. L’Udc e il nuovo corso finiano con quello schema non c’entrano più nulla. Speriamo se ne rendano conto definitivamente.

La seconda lezione è che il centrosinistra per provare a vincere deve cambiare radicalmente. Il 2006 e il 2008 sono due epoche che paiono molto più lontane dei due e quattro anni passati. I due moduli e i due progetti per l’Italia che presentammo allora oggi non sono più riproponibili. E gli altri tentativi fatti in queste elezioni regionali hanno indicato in alcuni casi intuizioni felici, le cui declinazioni su scala nazionale sono ancora però tutte da verificare.

Siamo alla ricerca della chiave giusta. Per parlare dell’Italia del futuro agli italiani e per costruire attorno a queste parole la coalizione giusta per vincere e governare.
E queste elezioni ci dicono anche che i cambiamenti avvenuti modificano alcune regole del gioco. A sinistra come al centro.
Siamo stati per dodici anni a fare i conti con Bertinotti e Rifondazione comunista.
Si trattava di far fare a loro il lavoro di recupero dell’estrema sinistra e poi trattare un accordo decente. Alle volte ci si è riusciti, alle volte no. Il voto in Emilia Romagna e in Piemonte con quelle percentuali impreviste per le liste dei grillini ci dice a esempio che lo schema Bertinotti non è più riproponibile. C’è un elettorato che fluttua, a sinistra ma anche al centro, che nessuno porta in dote a un tavolo di trattative. Diventa quindi rilevante il tema delle parole per il futuro dell’Italia e dei comportamenti di ognuno di noi. Alleanze e intese non possono precedere il progetto e le modalità per costruirlo. Abbiamo tre anni di tempo per lavorarci.

Abbiamo appena cominciato e quest’impegno può attingere a tanto lavoro messo in cantiere durante la segreteria di Veltroni e quella di Franceschini. Dobbiamo andare in profondità su tanti temi. Il dibattito, per certi versi stucchevole, sulle riforme, riapertosi mediaticamente per l’ennesima volta, può in questo caso aiutarci. Riforma fiscale per superare i tre record italiani, il “nero” più enorme d’Europa, il peso più oppressivo su chi lavora e chi produce e le più basse tasse su chi vive di rendita. Riforme del welfare per superare uno stato sociale centrato sul maschio adulto di mezza età. Donne e bambini al centro. Così come protezioni sociali non solo a chi lavora con il contratto a tempo indeterminato in una grande impresa. E poi l’impegno per rimettere la discussione sul Mezzogiorno in testa all’agenda come ripete continuamente Giorgio Napolitano. Ci sono piste di lavoro in tante direzioni. Alcune anche di impatto immediato sui lavori parlamentari come nel caso della riforma dell’università sulla quale il Pd sta facendo un gran lavoro “riformista”.

Altre, legate al riordino delle nostre istituzioni, sono di più lunga lena e incerta attuabilità ma ci devono trovare determinati a dire la nostra per far funzionare meglio il sistema. Una sola camera con funzioni legislative e un primo ministro con maggiori poteri sono obiettivi che migliorerebbero il nostro sistema molto più dell’ipotesi di semipresidenzialismo alla francese che Roberto Maroni ha rilanciato ieri.

Il lavoro non manca quindi. Sappiamo però che manca un ingrediente essenziale.
La narrazione, l’epos. Ci mancano da tempo le parole per evocare un progetto collettivo sul modello di quello che trascinò con Prodi e Ciampi gli italiani alla conquista dell’euro.
Sappiamo che questo è un nostro limite odierno. Affrontiamolo. Pensiamo di parlare agli italiani. A tutti gli italiani. A quelli che voteranno nel 2013 per la prima volta e a quelli che non ci hanno ancora votato. Proviamo a parlare loro di futuro. Disegniamo i tratti dell’Italia che vogliamo costruire con il linguaggio schietto della parabola dei talenti.

Noi vogliamo un sistema che premia chi “traffica” i propri talenti, chi li mette in circolo, chi fa emergere valore da questo movimento. Il contrario deve accadere a chi il talento lo nasconde sotto lo sabbia. Perché così facendo distrugge valore e diventa un parassita della società. Aiutiamo chi ha voglia di produrre e creare. E guardiamo all’Italia di domani. Un paese che se vogliamo rischiare sarà ancora protagonista. Altrimenti sarà guardato come un bellissimo museo a cielo aperto da vivere o visitare soltanto per il suo passato.

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