Quegli spari di un anno fa

sparatoria-palazzo-chigi-Lettera di Enrico Letta al Corriere della Sera del 26 aprile 2014

Caro direttore,

un anno fa gli italiani assistevano in contemporanea a due avvenimenti  diversi ma che hanno finito per legarsi  tra loro in modo indissolubile, il giuramento del nuovo governo dopo due mesi di stallo politico e la sparatoria davanti a Palazzo Chigi con il tragico ferimento di due militari che svolgevano il loro dovere di presidio delle istituzioni democratiche. Dei carabinieri colpiti uno, Francesco Negri, se l’e fortunatamente cavata, l’altro, il brigadiere Giuseppe Giangrande, ha visto la sua vita cambiata per sempre e ha iniziato un vero e proprio calvario che sta affrontando con una dignità e fermezza che sono dí esempio.

Ripensare quei minuti in cui le notizie si accavallavano tra sgomento, incredulità e necessità di assumere decisioni in tempo reale mi riporta alla memoria soprattutto la fermezza con la quale il Presidente della Repubblica ha indirizzato quei passaggi garantendo la continuità istituzionale e rassicurando tutti, senza che l’evento, tragico ma isolato, facesse ingiustamente deviare il corso delle cose. Quella prontezza di Napolitano è stata fondamentale e ovviamente tutti gli aspetti di sollievo per la soluzione di una delle crisi politiche più complesse della storia repubblicana son stati subito travolti dalla preoccupazione per la salute dei carabinieri, dalla necessità di capire cosa ci fosse dietro quel gesto insano e dal dovere di far funzionare da subito a pieni giri l’istituzione governo senza che vi fosse il tempo di quel rodaggio, che invece normalmente sempre è concesso. Quella stessa lucidità ha tra l’altro consentito di riportare nei suoi giusti confini anche la discussione sulle motivazioni del gesto che rischiava facilmente, nell’infuocato clima di quelle settimane, di prendere strade sbagliate.

Eppure da quel momento la vita di una persona, di un servitore dello Stato, e quella della sua famiglia, della sua straordinaria figlia Martina innanzitutto, sono cambiate per sempre. Il suo sacrificio ha impedito che altre e ancora più gravi fossero le conseguenze di quella tragedia, avvenuta lì, nella piazza che rappresenta il cuore delle istituzioni democratiche e repubblicane del nostro Paese. La difesa delle istituzioni. Per essa si può morire. Anche nell’Italia di oggi. L’insegnamento che da quella tragedia rimane è in fondo controcorrente in un tempo in cui si fa fatica a riconoscere il ruolo delle istituzioni. L’onore, il rispetto e la difesa di queste appaiono spesso valori antichi, superati. Non deve essere così. E profondamente sbagliato che sia cosi e altrettanto sbagliato non cogliere nel ruolo sacro delle istituzioni repubblicane il senso profondo del nostro stare insieme come comunità nazionale. E il servizio delle istituzioni ci riguarda e ci coinvolge tutti, elettori, rappresentanti del popolo, forze dell’ordine, funzionari pubblici, operatori dell’informazione.

Il sacrificio di Giangrande avvenuto nel luogo simbolo della nostra democrazia ci ricorda quello di tutte le persone che per le nostre istituzioni rischiano la vita in Italia e nelle missioni internazionali di pace. A loro innanzitutto dobbiamo la gratitudine e l’obbligo che queste istituzioni siano vissute da tutti noi come il più importante dei beni comuni della nostra comunità nazionale.

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