Sabino Cassese recensisce “Andare insieme, andare lontano” per Domenica24 – Il Sole 24 Ore

  Recensione di Sabino Cassese pubblicato il 14 giugno 2015 

I politici italiani non fanno rendiconti della loro attività – è stato più volte notato. Con la conseguenza che la politica italiana e le istituzioni che i partiti gestiscono sono più opachi, mancando la viva voce dei protagonisti. Anche per questo bisogna essere grati ad Enrico Letta per aver scritto un resoconto della sua molteplice attività di governo, svolta per un quindicennio con molte e diverse responsabilità: giovanissimo ministro delle politiche comunitarie (1998), poi ministro dell’industria, successivamente sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri, parlamentare europeo (2004-2006), infine Presidente del Consiglio dei ministri (2013-2014).

Questo libro mostra la varietà dei problemi che Letta ha dovuto affrontare nel corso della sua attività politica, da quelli dell’Unione europea a quelli dei rapporti con la Germania, dello sviluppo industriale, dell’Alitalia, dell’immigrazione, dei rapporti precari tra le forze politiche, della precarietà dei governi, della farraginosità della macchina amministrativa, dello sviluppo in rete dei poteri pubblici e dello sviluppo della rete. Su questi e su altri problemi, questo libro contiene una confessione, una diagnosi, un programma. Dico un programma perché l’autore non è ancora cinquantenne, non intende abbandonare l’agone politico, anche se pensa di distaccarsi dalle sue polemiche quotidiane, conta, però, di fondare una scuola di “politiche” (l’uso del plurale è molto significativo), intende essere presente anche con questo libro sulla scena italiana.

Di questo libro “multipurpose” intendo segnalare solo alcuni aspetti, non quelli programmatici, ma quelli diagnostici, quelli cioè che ci aiutano a capire il funzionamento delle istituzioni e le difficoltà della loro gestione. Il primo è quello della “cacofonia” europea, dove i consigli europei, dove si raggiungono posizioni unitarie tra i governi nazionali, sono seguiti da 28 conferenze stampa che finiscono per riprodurre le divergenze nazionali. Connesso ad esso è quello, sempre dello scacchiere europeo, dei gabinetti dei commissari e della presidenza del Parlamento: nei primi, in una delle posizioni preminenti, vi sono funzionari di origine tedesca; nel secondo i tedeschi hanno occupato negli ultimi sette anni le posizioni di presidente e segretario generale. Letta e il lettore del suo libro traggono da queste osservazioni il consiglio di assicurare maggiore unità alla “voce dell’Europa” e di stare più attenti a mandare personale qualificato nei gangli vitali dell’Unione.

Un secondo ammaestramento si trae dalla vicenda Alitalia, dove la difficoltà di decidere derivò dalla prevalenza delle corporazioni e delle logiche contrapposte, nonché da quella del gasdotto che parte dal Mar Caspio, lungo duemila kilometri, ma bloccato dalle opposizioni manifestate in sede locale per soli otto kilometri su territorio nazionale. Qui emerge l’incapacità di decidere, in parte derivante dalla destrutturazione delle sequenze procedimentali, in parte collegata alle debolezze degli esecutivi.

Ma è sulla debolezza e precarietà degli esecutivi che Letta richiama in particolare l’attenzione, narrando le vicende del suo governo mentre si accingeva a parlare alle Nazioni unite e osservando che ogni Presidente del Consiglio arriva a Bruxelles «in successione rispetto a un altro che c’era prima di te e in attesa del prossimo che ti sostituirà».

L’immagine complessiva delle istituzioni italiane che questo libro restituisce è di un Paese europeista, ma disattento. Di processi di decisione che sommano gli inconvenienti della chiusura e della lentezza. Di governi instabili e quindi impossibilitati a far sentire la propria voce in sede sovranazionale.

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