Se si va al voto Bersani candidato e basta vitalizi per parlamentari

Intervista rilasciata da Enrico a Eugenio Fatigante, pubblicata su Avvenire, mercoledì 15 giugno

A 24 ore dall’esito dei referendum il telefonino di Enrico Letta squilla di continuo. Trovarlo libero è difficile: «C’è un clima in rapidissima evoluzione – dice il vicesegretario del Pd -. Molti si stanno “riposizionando”, ho come l’impressione che fra poco nessuno sarà più stato berlusconiano».

Partiamo dalla verifica del 22. Il Pd presenterà una mozione di sfiducia?

La verifica nasce da un cambio di governo e di maggioranza. Quindi sta alla maggioranza interrogare il Parlamento. A loro sta l’onere della prova, il primo passo. La mia idea è che prima del raduno di Pontida è inutile fare ogni ragionamento.

Si attende scossoni?

Occorre capire quale linea del-la Lega prevarrà, quale sarà l’umore della base del Carroccio. Mi sembra che nel rapporto Lega-Pdl la tensione è animi-te, è più probabile che un terremoto venga da fi che da dentro il Pdl. Finché la Lega pensava di lucrare un travaso di voti dalla crisi del Pdl, come alle Regionali 2010, le difficoltà sono state superate. Ora invece alle difficoltà della base, fatta di dipendenti, piccoli artigiani e imprese Iva, si sommano quelle politiche.

Il leggendario “fiuto” di Bossi non c’è più?

Insieme, Berlusconi e Bossi ai referendum hanno spostato non più di 7 milioni di voti. E lascia esterrefatti l’annuncio del governatore veneto Zaia, che senza problema ha detto in pubblico che avrebbe votato 4 sì. Anche sul legittimo impedimento, cioè su una norma giudiziaria che è stata il cuore della loro alleanza col Pdl. In questi mesi non si è sottolineato a sufficienza in questi mesi che la crisi di Bossi è profonda tanto quanto quella del premier.

La situazione precipita?

Penso che la legislatura ormai debba chiudersi. Non c’è più benzina per andare avanti. Al massimo mi sembrano capaci di un governo balneare, fino a settembre.

Nel caso, il Pd cosa farà? Nuove primarie?

Dipende tutto da loro. Ma penso che Bersani esca molto rafforzato dal triplete – direbbe Mourinho – amministrative, ballottaggi e referendum. Oggi il dato vero è che tutti i sondaggi indicano il PD come primo partito di opposizione. Questo vuol dire che siamo in grado di costruire una coalizione dove i 2/3 sono costituiti dal PD, A differenza di 1996 e 2006, quando nessun partito valeva più del 20%. Insomma, non più un candidato “federa-tore” di soggetti diversi, ma un candidato espressione del partito più forte.

Ma per fare cosa?

I referendum ci dimostrano che è ora di cominciare a lavorare sui contenuti e meno su schemi, etichette, formule. Da incentrare su 3 parole-chiave: crescita e posti di lavoro; i saperi, quindi scuola e ricerca; e i giovani. Abbiamo tutta l’estate davanti, mobilitando anche la Rete e i comitati, per mettere rapidamente insieme delle proposte capaci di mescolare i diversi mondi che stanno dietro il centro-sinistra.

Veniamo al Fisco. Tremonti mette nel mirino pure i costi della politica.

Non è il solo. Prima della pausa estiva il PD presenterà una proposta – la chiamiamo Maastricht della politica” – basata sul principio di ancorarci alla media delle retribuzioni degli altri Paesi europei e di cancellare gli strumenti in eccesso, a partire dalla necessità di superare il vitalizio per i parlamentari. Come d’altronde ha già fatto tre mesi fa l’Emilia-Romagna, in un ambito solo regionale. Ma la riforma si può fare? Io penso che una riforma fiscale si fa all’inizio di legislatura, quando c’è la legittimazione del voto popolare. Farla adesso, anche con la manovra che incombe, è il momento peggiore.

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