Serve un «Signor migranti» Ue

Enrico Letta, Avvenire, 24 gennaio 2019
Matteo Salvini nel 2018 è stato “l’uomo dell’anno” della politica italiana. Ha scommesso tutto sulla linea anti-immigrati. Così ha conquistato prima la leadership del centrodestra, poi quella del governo. Viktor Orbàn in poco tempo è diventato uno dei leader forti dell’Europa […] chiudendo le frontiere e assurgendo a tutore dell’identità nazionale, etnica perfino, del proprio popolo. Il Brexit è l’evento europeo del decennio. Salvini, Orbàn e Brexit sono il portato più vistoso della “sindrome dello struzzo” dell’establishment su questa questione, dell’aver pervicacemente messo la testa sotto la sabbia. Di immigrazione parlano in genere solo i leader anti-immigrati. I pochi che gli si oppongono a viso aperto, per quanto solide siano le loro ragioni, su quella scala rifiutano ovviamente di salire, col risultato che, nel rumore di fondo di un dibattito isterico, finiscono per subire l’accusa di essere quelli che sostengono l’immigrazione illegale, fiancheggiatori di scafisti e criminali, nemici della nazione. Occorre uscire da questa contrapposizione. Lo si può fare solo con volti, idee e braccia di persone che propongano la via del buon senso italiano. Sì, “italiano”, perché la caccia all’immigrato che si è scatenata non ha niente di genuinamente “italiano”, non c’entra nulla con la nostra cultura e molto poco con la nostra storia. L’alternativa non può essere tra Salvini e Papa Bergoglio. Oggi è così. Chi non è con gli anti-immigrati o è silente oppure è rappresentato da Papa Francesco e dalle Ong del Mediterraneo. C’è bisogno, a livello europeo e nazionale, di una posizione netta, senza tentennamenti, che rappresenti chi vuole gestire il problema con ordine e nel rispetto dei principi della Costituzione. Si è perso, in definitiva, qualsiasi contatto con la verità, con il reale. Molti leader politici, anziché fare chiarezza, ne approfittano per il loro tornaconto elettorale.
Se “prima gli italiani” deve essere, allora lo sia davvero e agli italiani si dica la verità. È questo il vero coraggio. Mettere i penultimi contro gli ultimi è da codardi, oltreché da bugiardi. Altre due questioni vengono spesso sollevate: l’ormai stantio “aiutiamoli a casa loro” e le teorie sull’evoluzione demografica. Sul primo, non bisogna lasciarsi trarre in inganno: investire in Africa non si traduce immediatamente in un’interruzione dei flussi migratori. Anzi, esiste un legame positivo tra lo sviluppo di un Paese e il tasso di emigrazione, perché i due processi non sono alternativi, ma complementari. A migrare non sono i più poveri, ma chi può permetterselo, sia finanziariamente, sia culturalmente; solo in un secondo momento, raggiunto un livello di benessere medio-alto nei Paesi d’origine, l’emigrazione diminuisce come conseguenza dello sviluppo. Sulla demografia la realtà è ancora più semplice: in Italia, il sistema previdenziale si appoggia sui contributi versati dalla popolazione in età lavorativa, che, di fatto, paga le pensioni agli anziani. Perché questo accada, il rapporto tra chi lavora e chi è in pensione non può essere troppo squilibrato. Chi afferma che basti aumentare le nascite delle famiglie italiane non si rende conto della realtà e, in particolare, del disallineamento temporale tra i risultati di una simile soluzione e le necessità piuttosto a breve termine del sistema previdenziale.
A proposito della grande visione distorta che abbiamo sulla presenza di immigrati extracomunitari, sono convinto che tra le sue cause principali ci sia la carenza di una gestione efficace e strutturata del fenomeno da parte delle autorità pubbliche. Bisogna essere concreti e pensare alla vita quotidiana: quando i cittadini vedono persone che non fanno nulla e la maggior parte non può per legge è legittimo che si pongano delle domande su quali azioni stia intraprendendo lo Stato per gestire la situazione. La priorità assoluta è l’apertura di vie legali di accesso all’Europa. Può sembrare un paradosso, ma è una delle misure che più gioverebbe all’Italia. Oggi, infatti, esistono solo due modi per entrare nell’Unione: o dichiarandosi rifugiati, o illegalmente. Questo, oltre ad alimentare l’enorme giro d’affari dei trafficanti stimato fra i 3 e i 10 miliardi di euro l’anno incentiva chi arriva a dichiararsi richiedente asilo. Non ci si deve quindi stupire se molte domande vengono respinte. Gli accessi legali per i migranti economici, decisi a livello nazionale, potrebbero quindi essere regolati da criteri chiari e ben definiti, in base alle esigenze del mercato del lavoro e con quote “gestibili”. Per quanto riguarda la gestione dei rifugiati, non si può prescindere da un intervento europeo. Il Regolamento di Dublino oggi impone che siano i primi Paesi di approdo a prendere in carico la richiesta di asilo, con un chiaro squilibrio a sfavore di chi, come noi, si trova in prima linea. Il sistema di Dublino va cambiato assolutamente perché la geografia non è frutto di meriti o demeriti, per cui nessun Paese può risultare “punito ” . Al governo noi provammo a cambiarlo, ma senza successo, perché serve il concorso di tutti i Paesi. Per convincerli, l’unica via è quella del dialogo e delle relazioni diplomatiche; fare la voce grossa come ha provato a fare l’attuale esecutivo non solo è stato inutile, ma ha contribuito a isolarci ancora di più. Bisogna dirigersi verso un regime di redistribuzione obbligatorio che offra ai richiedenti asilo la possibilità di scegliere il Paese in cui presentare domanda. La scelta potrebbe essere spiegata da motivi familiari o di lingua, tenendo presente il criterio di equità e le possibilità di ogni Stato membro.
migrants euSul tema dei minori non accompagnati serve, invece, una vera e propria task force europea che si occupi di loro, specialmente verificando rigorosamente che essi non abbiano legami con organizzazioni terroristiche. Poi, per evitare il pericoloso viaggio in mare e rispondere alle situazioni umanitarie più urgenti, si potrebbe replicare il modello dei corridoi umanitari nato dalla collaborazione ecumenica tra la Comunità di Sant’Egidio, guidata da Andrea Riccardi, e la Chiesa valdese: si aprono dei canali direttamente dalle zone di conflitto, o dai campi profughi e si privilegiano gli individui più vulnerabili, come donne e minori. “Burocraticamente” questo è possibile grazie all’identificazione in loco che permette la rapida emissione di visti umanitari da parte dei Paesi di destinazione che aderiscono. I fondi di tutta questa operazione sono interamente privati, come d’altronde l’intera iniziativa. Quello dei corridoi umanitari è un modello replicabile su larga scala che si tradurrebbe in un uso molto più efficiente del denaro pubblico. I principali responsabili dell’impasse europea sono diversi Stati membri. Penso soprattutto alla necessità di un’Unione a due velocità anche sui migranti, per riequilibrare la solidarietà europea. In questo modo, chi si opporrà a una distribuzione europea dei migranti dovrà anche accettare di perdere i vantaggi che riceve in altri ambiti.
Per questo mi piacerebbe vedere la nomina di un supervicepresidente della Commissione che sia il “Signor Migranti” dell’Unione, che dovrebbe sin da subito realizzare le azioni necessarie per sbloccare lo stallo tra Stati membri. Sarebbe un ottimo modo per mostrare ai cittadini non solo che la situazione è sotto controllo, ma che è anche una priorità politica per l’Unione. Serve una gestione coraggiosa, che dovrebbe prendere spunto dalle azioni del presidente della Banca Centrale europea Mario Draghi che, nel 2012, diedero la svolta decisiva alla crisi economica e finanziaria, salvando l’ euro, dopo quattro anni di tentennamenti e rimpalli di responsabilità.

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