Si fa troppo presto a dire populismo

Su IL MATTINO un’anticipazione di “Contro venti e maree” in uscita per il Mulino.

Se c’è una cosa che non sopporto è la crescente malafede nell’uso strumentale del concetto di populismo. Vi si mette dentro tutto e il suo contrario. Un’ottima e comoda scusa per non soffermarsi sulle vere ragioni di quel che accade. Un po’ come la peste del Manzoni. Il populismo, si dice, è la causa di tutte le sconfitte della politica odierna, il populismo è la causa del declino dell’Europa, è il motore del trumpismo, è la ragione dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, è il motivo per cui gli italiani, nel referendum, non hanno creduto alla bontà della riforma costituzionale. La lista è lunga e a scorrerla ben si comprende come l’establishment – altra categoria molto in voga – abbia trovato l’alibi perfetto per sottrarsi alle proprie responsabilità. La colpa non è di chi governa se la gente, gli elettori, i cittadini hanno inflitto sanzioni pesantissime agli attuali gruppi dirigenti e stanno scegliendo altre strade. Questo il ragionamento subdolo che sta dietro all’inflazione del concetto di populismo. Non è mia responsabilità, sembra dire Cameron, è il populismo che ha portato la Gran Bretagna a fare quella che apparirà chiaramente come la peggiore scelta della sua storia recente. Lo stesso per Hillary Clinton rispetto alla vittoria di Trump e, in Italia, per la responsabilità dell’aver trasformato il referendum costituzionale in quello che avrebbe dovuto essere un plebiscito a favore di Matteo Renzi e che si è trasformato esattamente nel suo opposto. La lista potrebbe continuare fino a comprendere la stessa idea esistenziale, il successo o fallimento dell’Unione europea, messa sotto accusa ormai sempre più direttamente in tanti contesti e da molta opinione pubblica. Anche qui la tentazione è fortissima. L’Europa non piace più e non fa più innamorare? È diventata fredda e incapace di generare emozioni? Usando le parole «euro» ed «Europa» si perdono le elezioni? È facile trovare il responsabile di tutto questo. È facile dare la colpa anche qui a questa astratta e generica entità che è il populismo, lavando così le coscienze e liberando dalla responsabilità classi dirigenti e leader di oggi e del passato recente.
Dentro la categoria del populismo, generica e sufficientemente dispregiativa, vengono peraltro mescolate esperienze, storie e concetti profondamente diversi tra loro. Cosa accomuna Marine Le Pen e i militanti del MoVimento 5 Stelle, o l’olandese Geert Wilders e Albert Rivera di Ciudadanos? Possibile annoverarli tutti in una stessa, indefinita, accozzaglia antisistema? Evidentemente no. C’è un’unica caratteristica che accomuna questi movimenti: nessuno di essi è riconducibile alle tradizionali famiglie politiche occidentali. Tutto ciò che viene chiamato populismo in realtà è così definito perché è fuori dal solco delle storie politiche conosciute di destra, di sinistra e di centro. E mettere tutto insieme pare fatto apposta per trovare «la peste», grande colpevole, e tentare così di salvare i gruppi dirigenti, evitare che i loro errori siano evidenziati e le responsabilità rese visibili e sanzionate. Grandi cambiamenti sono in corso, e non voglio certo sottovalutarli con questa accusa alla strumentalizzazione del concetto di populismo. Al contrario. La portata dei cambiamenti è oggi davvero impressionante. La rete e i social media trasformano la politica, sconvolgono il ruolo dei partiti e quello di tutti i corpi intermedi. L’effetto di disintermediazione tipico di Internet consente a ognuno di considerarsi pienamente indipendente e libero nelle proprie scelte elettorali e questa libertà è tirata fino alle conseguenze più imprevedibili.
Eppure, in un complesso gioco di causa ed effetto, per paradosso i partiti sembrano sempre di più luoghi impenetrabili e incomprensibili. Il mio impegno politico mi ha portato a conoscerli da vicino, da vicinissimo direi. Prima di lasciare il Parlamento per l’università ho vissuto intense stagioni di vita di partito. Belle e faticose, esaltanti e deprimenti. Ho sempre creduto che il partito politico consentisse di superare i limiti egoistici dell’«Io» a favore di una visione più vicina all’interesse generale, centrata sul «Noi». Ci credo ancora, ma comprendo il senso di estraneità e di rigetto nei cittadini quando osservano, costernati, i partiti ridotti a mera cassa di risonanza del capo, a luogo in cui i seguaci del leader si acconciano a ottenere i loro piccoli o grandi vantaggi personali rinunciando a esprimere le proprie convinzioni. Partiti adulterati, resi scatole vuote, nelle quali, con giochi di specchi, trucchi e soperchierie, il fregare gli altri membri della propria comunità sembra un valore. Al contrario, la grandezza dell’idea di partito politico sta nel mettersi insieme, con lealtà, ascoltando gli altri ed esprimendo la propria convinzione, in modo da avere più idee e più creatività nel trovare soluzioni. La differenza tra la politica costruita attorno a partiti e quella basata su avventure individuali sta anche nella questione delle radici e del rapporto con la realtà. I partiti e i movimenti politici dovrebbero essere il modo per «tenere i piedi per terra». Bella espressione di antica saggezza popolare. Sempre più sbiadita quando si parla di politica e di partiti sempre più lontani dal radicamento e dalla vita vera delle persone.

Enrico Letta

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