Stato riconosca ruolo pubblico professionisti

Intervista rilasciata da Enrico ad Amedeo Sacrestano, pubblicata su «Press» di gennaio 2010.

Onorevole, come giudica l’apporto del mondo delle libere professioni alla crescita economica e culturale del Paese? C’è ancora necessità di ‘tutelare la fede pubblica’ nei rapporti tra Stato e cittadini e tra cittadini medesimi?
«L’ho detto alla Vostra Conferenza annuale e lo riconfermo. Il sapere professionale ha dato un grande contributo alla crescita del Paese e può continuare a darne. Credo, però,  che la sfida sia da giocare molto sul terreno delle competenze più che su quello delle esclusive di mercato. Lo Stato, dal canto suo, deve riconoscere il lavoro dei professionisti, mediante una corretta disciplina generale di settore perché i professionisti non vengano lasciati soli a rappresentare gli interessi della collettività. Non è possibile, oltre che giusto, rischiare addirittura la vita per pochi euro in un incarico di curatore fallimentare o custode giudiziario. Credo anche sia da salvaguardare il ruolo dei revisori e dei sindaci, figure tipiche dei modelli di governance d’impresa italiani ma sui quali occorre profondere ancora uno sforzo da parte degli organismi di autogoverno in termini di formazione e di disciplina degli iscritti. E’ poi indispensabile che i “controllori” siano sempre aggiornati e responsabilizzati per le azioni (o omissioni) che compiono. Per quanto riguarda, infine, l’attività di consulenza svolta in forma privatistica, ritengo che nei fatti sia stata da tempo giustamente superata la logica delle esclusive di mercato. Ciò nonostante, per facilitare e rendere più efficaci alcune interlocuzioni tra imprese e cittadini con la Pubblica amministrazione, penso si possa utilizzare il canale dei professionisti, a patto, però, di fissare in maniera chiara riconoscimenti e responsabilità».

Nel Libro bianco varato dal Ministro Sacconi si sostiene che ?lo statuto dei lavoratori non deve fermarsi al lavoro dipendente? e che occorre rimodulare il vecchio sistema delle garanzie e riequilibrare rischi e tutele. Cosa ne pensa e, soprattutto, che contributo il PD vorrà dare su questi temi?
«Si tratta di temi di estrema delicatezza e complessità. Il Libro bianco mi pare abbia bene messo a fuoco le problematiche ma è ancora troppo indefinito sulle politiche da implementare. In generale, condivido la necessità di ripensare modelli di lavoro e welfare, adattandoli alle rinnovate esigenze di economia e società. E’ fin troppo evidente che, ad oggi, il lavoro autonomo si presenta con caratteristiche del tutto eterogenee. E’ altrettanto chiaro che alcune forme di tutela e garanzia vadano estese anche a chi, pur non avendo in essere un rapporto di lavoro dipendente, contribuisce in maniera più o meno stabile ad accrescere il valore aggiunto prodotto nel nostro Paese. Il riferimento è a quelli che vengono generalmente definiti “precari”, ma non solo ad essi. Ci sono oggi tantissimi giovani, alcuni anche iscritti ad albi professionali, che hanno uno o pochissimi rapporti di committenza. Per molti di essi, l’attività lavorativa viene svolta seguendo più i canoni del lavoro dipendente che quelli della prestazione autonoma. Questi soggetti, rischiano di pagare tre volte le inefficienze degli attuali nodelli di welfare. Contribuiscono, in generale, al mantenimento del sistema che, ad oggi, è ancora largamente “a ripartizione”. Usufruiscono di un molto limitato (se non addirittura inesistente) sistema di tutele. Riceveranno una prestazione pensionistica di gran lunga inferiore a quella dei loro padri, a parità di montante contributivo. Sono questi i problemi che il Paese deve affrontare, chiedendo uno sforzo di responsabilità e coerenza a tutti gli attori. Per farlo, c’è bisogno di un nuovo patto tra generazioni, basato su di un’ampia condivisione delle conoscenze di fatto e su modelli relazionali semplici e duraturi. Occorre mettere mano alla razionalizzazione di sistemi stratificati nel tempo che, troppo spesso, sono cresciuti in maniera disordinata o per far fronte a contingenze straordinarie».

Come giudica il cd “pacchetto welfare” inserito nella finanziaria 2010?
«Se si esclude l’intervento sugli ammortizzatori sociali, comunque in deroga, mi pare che si tratti di una manovra alquanto limitata. Certo, i vincoli del bilancio pubblico sono notevoli ma, almeno, si poteva provare ad abbozzare un intervento organico. Si continua, invece, ad assistere alla proliferazione di tanti interventi specifici, a volte nemmeno coordinati tra di loro. Insomma, c’è ancora molto da lavorare anche se, occorre dirlo, in assenza di un recupero della grave evasione fiscale e contributiva che caratterizza il Paese, la strada risulta molto difficile da percorrere».

Come noto il mondo dei professionisti non è rimasto indenne dall’attuale fase congiunturale. Per di più, in questo mondo, la combinazione tra rischio e tutele è quanto mai squilibrata se confrontata a quella di altri soggetti. Cosa si può fare per intervenire?
«In primo luogo, occorre estendere in maniera piena le tutele previste per il settore manifatturiero a quello del lavoro autonomo di tipo professionale. In tal senso, l’intervento dello Stato deve essere almeno proporzionato al contributo che, da questo ambito, viene al PIL italiano. Bisogna pensare a migliori e più significative misure di assistenza per intervenire in periodi di difficile congiuntura. Non è pensabile, però, che simili interventi vengano calati dall’alto dallo Stato, tanto più in presenza di Casse di Previdenza ed Assistenza “privatizzate”. Mi pare più corretto attivare un canale di dialogo costante tra Casse e Governo per stabilire modalità e misure di intervento congiunto».

Quale sarà il futuro del Welfare Italiano?
«Molto dipenderà dagli Italiani. Il meccanismo della delega piena ed inconsapevole alla politica delle scelte strategiche per il Paese non è più consentito in un sistema, quale il nostro, dove non sempre i conflitti d’interesse (in senso lato) trovano un’equilibrata soluzione. C’è bisogno di maggiore partecipazione, da parte di tutti, alla costruzione di un rinnovato sistema di relazioni sociali. In questo senso, la valorizzazione del “pensiero tecnico” proposta da Siciliotti nella Conferenza annuale di Categoria può dare utili frutti. Tanto più sarà significativo, tanto più il Paese saprà apprezzarlo».

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