Subito misure per battere la crisi

Intervista rilasciata da Enrico a Luca Cifoni, pubblicata su «Il Messaggero» di lunedì 22 marzo.

Aprire subito il cantiere delle riforme di fisco e welfare, senza aspettare la fine della crisi, perché il 2010 sarà comunque un anno difficile. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, incalza il governo sul dopo-Regionali, e lancia una proposta anche in campo istituzionale: riportare al centro la competenza su energia e infrastrutture, che la riforma del 2001 (voluta dal centro-sinistra) aveva in parte attribuito alle Regioni.

I tre anni da oggi alla fine della legislatura saranno quelli delle riforme, come promettono Berlusconi e il centro-destra?
«Sono scettico sulla volontà del governo di mettere in campo riforme vere. Se avessero voluto farle la possibilità ci sarebbe stata anche nei mesi scorsi. E poi credo che il risultato elettorale scatenerà contraddizioni interne, per cui non ci sarà questa grande fase di tranquillità dopo il voto».

Il governo, ad esempio con il ministro Sacconi, sostiene che per intervenire in campo economico bisogna attendere l’uscita dalla crisi.
«Ma è proprio questa idea che andrebbe abbandonata. Non si può attendere la fine formale della crisi, perché il 2010 sarà ancora un anno difficile, di transizione. Le statistiche contano ma conta anche toccare con mano ciò che succede nel Paese. Io sto girando molto per i distretti, mi ha impressionato ad esempio quello che mi hanno detto a Sassuolo nel distretto della ceramica: nei primi due mesi di quest’anno c’è stato un calo del 14 per cento rispetto al primo bimestre del 2009, che pure era un periodo di recessione intensa. Non si può sostenere che siamo fuori dalla crisi: ma –  come ha argomentato Bersani nel dibattito parlamentare della settimana scorsa sulla crisi economica – non diciamo questo perché tifiamo per la recessione. Lo dicono tutti, dalla Banca d’Italia alla Commissione europea. Ecco perché occorre muoversi subito. E noi abbiamo le nostre ricette da proporre».

Sul fisco Tremonti ha indicato tempi lunghi, e sembra pensare più a un ammodernamento del sistema che una riduzione generalizzata del prelievo.
«Soldi non ce ne sono e non ce ne saranno, la via è quella di operazioni a costo zero, di spostamenti di pesi all’interno del sistema. In questa situazione bisognerebbe aprire un cantiere con il mondo delle imprese per trasformare gli incentivi in defiscalizzazioni. In questo modo si ridurrebbe il peso della burocrazia, le aziende avrebbero la possibilità di usare immediatamente i crediti d’imposta invece che presentare una domanda e attendere magari due anni».

E oltre a questa quali sono le linee generali della riforma a cui pensa?
«Bisogna trovare il modo di spostare livelli della pressione fiscale per arrivare ad un modello simile a quello della parabola dei talenti nel Vangelo: punire chi i talenti li tiene sotto la sabbia, premiare invece chi li traffica».

Passando dal linguaggio evangelico a quello tributario, cosa vuol dire?
«Noi oggi in Italia abbiamo tre record: quello dell’evasione e del nero, quello della pressione pi alta sul lavoro e sulle imprese, e quello del prelievo pi basso sulle rendite. Bisogna intervenire su quèsta situazione, e qualcosa si può fare anche sul fronte dei consumi, per dare un trattamento più favorevole ad alcuni e meno favorevole ad altri. Va anche rimodulata l’Irap, in modo che non risulti penalizzante per chi dà lavoro».

Poi c’è il welfare. Nel rinviare la riforma a tempi migliori, il governo ha sostenuto che l’attuale modello di ammortizzatori sociali è stato utile per contenere la crisi, mentre altri strumenti come un’indennità di disoccupazione generalizzata sarebbero risultati controproducenti.
«Beh, anche volendo dare per buona questa impostazione, poi l’hanno contraddetta loro stessi, Sacconi e Tremonti, bloccando l’accordo parlamentare bipartisan per allungare i tempi della cassa integrazione. In ogni caso dopo le regionali bisognerà mettere mano ad una riforma per dare una copertura a coloro che ne sono privi, il mondo della piccola impresa che è stato penalizzato dalla crisi, i lavoratori parasubordinati che non hanno voce non essendo sindacalizzati».

Il passaggio ad una copertura universale è costoso.
« È vero, ed anche su questo bisognerà avviare un ragionamento per vedere come spostare i pesi all’interno del sistema. Però spetta al governo fare una sua proposta».

La partita delle regionali non è solo simbolica: in questi anni molte decisioni significative sono passate per li conferenza Stato-Regioni. E’ importante conquistarne la maggioranza e dunque la guida?
«Sì, ma in ogni caso ci sarà una situazione di maggiore equilibrio perché le Regioni che non votano, tranne Trentino e Alto-Adige, sono governate dal centro-destra. Però io penso che siano maturi i tempi per scelte su cui c’è consenso: ad esempio due righe di riforma costituzionale, in attesa di quella complessiva, per riportare al centro la competenza su temi come l’energia e le grandi opere. Bisogna riconoscere che su questi settori delicati la riforma del 2001 non ha funzionato».

La competenza regionale più importante è la sanità. Una parte dell’Italia è stretta tra servizi non efficienti e prelievo fiscale ai massimi, per risanare i disavanzi. Come se ne esce?
«Un terzo dell’Italia è in questa situazione. Non credo che la via del ricorso costante alle addizionali sia quella da seguire, anche perché c’è uno sfasamento temporale: ad esempio nel Lazio cittadini e imprese pagano oggi per i disastri dell’era Storace. Però è chiaro che fino a quando non si trovano nuove forme di contenimento, l’emergenza va pure gestita».

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